La Sorgente

Dio si fonde con l'umano


Incontro di Sabato 7 Novembre 2015


Gesù e Giovanni Battista

TondoDoni C’è un abisso di distanza tra ciò che Giovanni nsegnò e ciò che Gesù disse alla gente riguardo a chi è Dio e com’è Dio.

Giovanni e Gesù non intesero la conversione e il Regno di Dio alla stessa maniera. Nella predicazione del Battista la “conversione” è direttamente in relazione col perdono dei peccati; in quella di Gesù, essa si comprende in funzione della “buona notizia”.

Mentre per Giovanni il problema più grave è l peccato, per Gesù ciò che più urge è rimediare alla sofferenza di coloro che mancano di una vita piena e degna, soprattutto quando si tratta di disgraziati “per colpa propria”.

Si comprende lo sconcerto di Giovanni Battista in carcere, mentre “i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano e ai poveri è annunziata la buona novella” (Lc 7,22). Perciò Gesù si rese conto che doveva aggiungere: “Beato chi non si scandalizza di me”.


Il conflitto di Gesù

Croce Gemmata Quando furono redatti i Vangeli, i primi cristiani spiegarono la morte di Gesù come un “sacrificio religioso”, un’interpretazione teologica del fatto storico. A quel tempo un giustiziato su una croce era così disprezzabile che difficilmente poteva essere accettato come Figlio di Dio. I primi cristiani dovettero elaborare una “spiegazione” di tipo trascendente, per giustificare il fatto che essi adoravano un Dio morto in croce, “scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani” (1Cor 1,23). Ma Gesù non ebbe problemi, in modo diretto, con le autorità romane, bensì con i dotti e i farisei e (con conseguenze terribili) coi sacerdoti e gli anziani.


Gesù come “peccatore”

La religione e i suoi precetti cessano di avere senso quando si usano per causare sofferenza o per alzare le spalle davanti al dolore altrui. Mentre scribi e farisei rinfacciano di non lavarsi le mani prima di mangiare, essi commettono offese contro i propri genitori invocando il “Korbàn” (Mc 7,9-13).

E il fatto più grave è che Gesù fu accusato di blasfemia: non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre. “Voi non conoscete né me né il Padre; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio” (Gv 8,19).

Se era vero ciò che Gesù diceva, non restava altro che accettare che Dio agiva nel mondo come agiva Gesù: relativizzando l’assolutezza della sottomissione alla Legge e assolutizzando la lotta alla sofferenza umana: “ogni volta che avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40-45).


Chi riceve, accoglie e ascolta Dio?

Non è pura filantropia, beninteso. è che l’incontro con l’essere umano è il mezzo per incontrare il Dio di Gesù.

Ciò che si fa a un qualsiasi essere umano, quantunque sia il più indegno, è a Dio che lo si fa.


Siete “dei” (Gv 10, 34)

Ai capi giudei non entrava in testa che un uomo si potesse identificare con Dio, o che Dio fosse fuso con un essere umano. Gesù arriva molto oltre, fin dove i suoi vversari non potevano immaginare. Arriva a dire che anche quegli uomini, i suoi nemici mortali, sono Dei.

L’identificazione dell’uomo con Dio non va evidentemente nella linea del potere, ma in direzione dell’amore.


L’“umanizzazione” di Dio in Gesù

Sant Apollinare Crocifisso Di San Damiano La teologia cristiana, fin dalle sue origini, sottolinea la trascendenza di Dio, il “totalmente altro”. Dio è Dio e l’uomo è l’uomo”. Molti cristiani e non pochi teologi inciampano con l’enorme difficoltà di far coincidere in Gesù il divino e l’umano. Si cercano testi e argomenti per “dissimulare” o anche “annullare” (per quanto sia possibile) la condizione divina dell’uomo di Nazareth. Mi chiedo se non sarebbe più coerente ripensare tutto questo problema, non a partire dall’annullamento della condizione divina di Gesù, bensì a partire dall’umanizzazione di Dio.

  • Dio è fuori dalla nostra portata. Come intendiamo il Trascendente?


Dio e la felicità degli esseri umani

Masaccio Se crediamo che Dio s’è rivelato a noi in Gesù, come Colui che s’è fuso con la condizione umana, è chiaro che non possiamo immaginare Dio in una maniera che (in qualsiasi modo) entri in conflitto con la nostra felicità. Credere nel Dio di Gesù sta nell’impegno e serietà che poniamo nell’alleviare la sofferenza umana.

  • Mi impegno a fare in modo che coloro che m’incontrano nella loro vita si sentano più felici d’esser nati?


Parlare di Dio correttamente

Il Vincente È possibile parlare di Dio correttamente solo quando eliminiamo tre problemi:

  1. Dire che il “nostro” Dio è l’unico Dio vero. Qualsiasi idea su Dio, per quanto perfetta sia, non cessa d’essere un’approssimazione.
  2. Presentare Dio come “minaccia; Mi sembra che la crisi di Dio e della religione, che si dà in ampi settori della popolazione, abbia molto a che vedere con questo Dio che sempre meno gente è disposta a sopportare.
  3. Ritenere Dio “responsabile” della sofferenza: L’unica sofferenza che Dio vuole è quella che scaturisce dalla lotta contro la sofferenza. Cioè, Dio vuole la sofferenza solo quando è il risultato d’una convinzione e di un modo di vivere che non sopporta che la gente soffra.
    • Come intendo il “dolore”, il “sacrificio” e la “sofferenza” in relazione alla volontà di Dio?


Ripensare i criteri che reggono la morale cristiana

Non si tratta di costruire una morale a nostra misura. Sarebbe lo stesso che “canonizzare” la legge della giungla e distruggere alla base qualsiasi fondamento dell’etica cristiana. La questione sta nel comprendere che la volontà di Dio è che l’uomo sia felice, anche se non vuol dire che l’uomo raggiunga tale felicità a qualsiasi prezzo. Troppa gente s’immagina la volontà di Dio come le conviene. E allora avviene che non facciamo ciò che Dio vuole, ma ciò che a ognuno conviene meglio, anche a costo che altri se la passino in modo tremendo.

Non stiamo parlando di un progetto di vita centrato sulla mia felicità.

Un’etica basata sulla felicità di vivere è un’etica basata sulla felicità di tutti.

  • Mi domando “cos’è che Dio vuole”? Cosa intendo per “felicità” e “libertà” di fronte a Dio?


La presenza e la missione della Chiesa

Gesù “non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, a spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini” (Fil 2,6-7). Non si deve negare Dio per affermare l’uomo, ma nemmeno usare il suo nome e la sua autorità per causare sofferenza in questo mondo. Poiché il punto d’incontro tra Dio e gli esseri umani non è stato solo “il divino”, ma il divino umanizzato”.

  • Mi è più facile amare Dio che desiderare la felicità dell’uomo concreto, disgraziato o uomo di chiesa, emarginato o potente, coi propri difetti e limiti?