La Sorgente

Dio e la nostra felicità


Incontro di Sabato 10 Ottobre 2015


J.M.Castillo, Dio e la nostra felicità: capitolo 1

Alcuni fatti:

  1. Il desiderio di felicità, di una vita pienamente soddisfacente e compiuta, è l'istinto più profondo dell'essere umano.
  2. Nella coscienza di molta gente non è frequente associare l'idea di Dio all'idea di felicità, piuttosto il contrario: si associa Dio alla proibizione di molte cose che ci piacciono e ci rendono felici e all'obbligo di fare altre cose che ci risultano pesanti e sgradevoli. Dio appare come una minaccia, un rimprovero costante, un giudice implacabile che crea in noi sensi di colpa.
  3. Un Dio così è per molti inaccettabile e persino insopportabile. Perciò tanta gente prescinde da Dio o rigetta apertamente tutto ciò che si riferisce a Dio, alla religione e ai suoi rappresentanti (la Chiesa).

Il problema: La questione di Dio ci viene sempre proposta tramite le istituzioni religiose. Ma chi si attribuisce il ruolo di rappresentare un potere assoluto - che sarebbe quello di Dio - facilmente cade nella tentazione del potere:

  • potere ideologico: obbligare i fedeli a pensare secondo i dogmi;
  • potere normativo: sottomettere i fedeli alle leggi che regolano la condotta;
  • potere sociale: creare le condizioni affinché i cittadini pensino e si comportino come conviene agli interessi della religione.

Così, la preoccupazione dei dirigenti religiosi è l'obbedienza dei fedeli, e non tanto la loro fedeltà al valori del Vangelo. Un Dio che viene presentato come fondamento ultimo di tali comportamenti, è intollerabile e non può avere alcun rapporto con l'aspirazione dell'uomo alla felicità.

Le domande:

  1. Com'è il Dio che ci ha rivelato Gesù?
  2. Coincide il Dio di Gesù con quello della predicazione ecclesiastica?


Il complicato compito di conoscere Dio

Per conoscere Dio non si può cominciare da Dio in se stesso, poiché una realtà che per definizione è trascendente, inarrivabile e incomprensibile non può entrare nella mente umana. Se noi esseri umani possiamo conoscere Dio è soltanto perché Dio si è rivelato all'umanità, e lo ha fatto attraverso un "mediatore", che storicamente è stato Gesù di Nazareth. Infatti, unicamente per mezzo di Gesù noi esseri umani possiamo arrivare a conoscere chi è Dio e come è Dio.

Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare. (Mt 11, 27)

Ma non solo questo; Gesù afferma che tale conoscenza non è appannaggio dei sapienti e dei potenti, ma dei semplici:

Ti benedico, o Padre [...] perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. (Mt 11, 25)

Tre conseguenze:

  1. la conoscenza di Dio non è alla nostra portata;
  2. la conoscenza di Dio non si consegue come le altre conoscenze umane, proprie dei sapienti del mondo;
  3. la conoscenza di Dio Gesù la concede soltanto ai piccoli, in greco nêpioi, letteralmente "coloro che non parlano", non perché siano muti, ma perché "non hanno voce in capitolo", cioè coloro che nella società non contano nulla.

Il vangelo di Giovanni è ancora più radicale:

Filippo [disse a Gesù]: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre». (Gv 14, 8s)

Filippo chiede che Gesù gli renda manifesto Dio. Ma Gesù non risponde riferendosi a ciò che si "conosce", bensì a ciò che si "vede". Cioè Dio lo scopriamo, non mediante teorie e dottrine, bensì vedendo ciò che è stata l'esistenza concreta di Gesù, la sua persona, il suo comportamento, il suo stile di vita, i suoi costumi e persino la sua fine. In breve: ciò che possiamo sapere di Dio lo impariamo da Gesù, dalla sua vita e dalla sua storia.


Dio lo conosciamo nell'"umano", anzi in "un" uomo

Quindi, Dio lo si conosce, non elevandosi al di sopra dell'umano o fuggendo dall'umanità, bensì al contrario, attraverso l'umano. è il cd. «mistero dell'incarnazione».
Nella teologia moderna però tale mistero - che insegna che in Cristo la natura divina si è unita indissolubilmente alla natura umana - è stato spiegato soprattutto nella chiave della divinizzazione dell'uomo: grazie a Cristo, che è uomo ed è Dio, noi uomini possiamo elevarci alla condizione divina. Ciò è vero, ma oscura l'aspetto più sorprendente e rivoluzionario del mistero dell'incarnazione, cioè l'umanizzazione di Dio.
In fondo, che l'uomo, in un modo o nell'altro, possa raggiungere l'ambito divino, almeno dopo la morte, lo hanno postulato tutte le religioni. Ma quello che solo il Cristianesimo afferma è che Dio ha raggiunto l'ambito dell'umano e si è manifestato attraverso l'umano. E non solo, ancora più sbalorditivo è constatare che Dio non lo abbiamo conosciuto nell'uomo, bensì in un uomo: Gesù di Nazareth, che nacque povero, visse tra i poveri e le persone marginali del suo tempo e morì come un delinquente in mezzo ai malfattori. Dio dunque si è fato conoscere attraverso un uomo marginale e malvisto. E ciò non è un caso, la storia e le vicende di Gesù sono costitutivi essenziali di ciò che Gesù volle rivelarci.
La storia evangelica è la rivelazione dell'essere stesso di Dio.


Dio si rivela come debolezza

La Parola (Logos) si fece carne (sarx) e venne ad abitare in mezzo a noi. (Gv 1,14)

Che la Parola di Dio, che è Dio stesso, si sia fatta carne non significa solo che Dio s'è dato a conoscere in un uomo, bensì che Dio stesso si fece uomo in Gesù. Anzi, la parola usata da Giovanni non è "uomo", ma "carne" (sarx). Questa parola greca, in tutto il NT, significa sempre in maniera inequivocabile l'aspetto più debole della condizione umana. La "carne" è debolezza. Ciò significa che Dio, attraverso Gesù, lo incontriamo e lo conosciamo nella debolezza, nella grande debolezza della nostra povera condizione umana.

Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono. (lCo l, 27s)

Il Dio di Gesù non si può comprendere in semplice continuità con il Dio dell'AT, e meno ancora a partire dall'idea generale di Dio che ci fornisce la Religione o la Filosofia.



Dio è Gesù

Noi cristiani siamo abituati a sentire che Gesù è Dio. è forse l'affermazione dogmatica più importante della nostra fede, ed è senz'altro vera. Ma dobbiamo prima ancora capire qualcosa che sta alla base di tale affermazione, cioè che Dio è Gesù. Non si tratta di un gioco di parole, ma di una questione fondamentale: sapere se Gesù lo comprendiamo a partire da Dio, oppure comprendiamo Dio a partire da Gesù.

In effetti, in ogni enunciato di carattere predicativo (soggetto + verbo essere + predicato), la funzione del "predicato" è spiegare il "soggetto". «Il libro è azzurro» implica che io so bene cosa è il colore azzurro, ma ignoro di che colore è il libro. Se diciamo «Gesù è Dio», stiamo implicitamente affermando che sappiamo già chi è Dio e com'è Dio, mentre non sappiamo chi è Gesù.

Il paradosso di tale impostazione è che, dapprima, ci facciamo un'idea di Dio - cosa come abbiamo visto impossibile alla sola mente umana, e poi, quando crediamo di avere questo abbastanza chiaro, a partire dalla nostra incapacità di conoscere il Trascendente, ci mettiamo a spiegare chi è Gesù e come è Gesù. Ci facciamo un Dio alla nostra misura e secondo le nostre convenienze, e a partire da tale montatura ideologica interpretiamo anche Gesù. Così, in un sol colpo, liquidiamo Dio e liquidiamo Gesù.

Ora, d'accordo con il NT, bisogna confessare, non solo che Gesù è Dio, ma che Dio è Gesù, perché il "predicato" Gesù - come dice Giovanni nella sua prima lettera - è «ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta ... )». (lGv l, 1).
Solo a partire di ciò che abbiamo conosciuto in Gesù, possiamo farei un'idea di ciò che è Dio.

Dicendo che Gesù è Dio, ciò che facciamo è applicare a Dio gli attributi del Dio dei filosofi, dei sapienti, degli esperti di questo mondo, ai quali Dio stesso ha «tenuto nascoste queste cose» (Mt 11, 25). Ne esce un Gesù onnipotente, onnisciente, giudice, pantocratore ecc. Al contrario, se diciamo che Dio è Gesù, ne esce l'idea di un Dio che è tanto semplice come Gesù, tanto vicino ai peccatori e ai sofferenti come lo fu Gesù, tanto solidale con tutte le debolezze di questo mondo come lo fu Gesù, tanto tollerante con tutti i traviati come lo era Gesù e, naturalmente, tanto umano come Gesù.

Conclusione

  • Gesù cambiò il concetto di Dio, non perché inventasse un nuovo Dio, ma perché la conoscenza che gli uomini avevano di Dio prima di Gesù, era una conoscenza parziale e limitata.
  • Gesù cambiò il modo di incontrare Dio. Dio non lo si incontra nel potere, ma ogni persona lo trova nella misura in cui si fa solidale con la debolezza, anzi si fonde con tutto ciò che è debolezza, dolore e povertà in questa vita. Perciò, nell'ora della verità, risulterà che hanno trovato Dio coloro ai quali Gesù potrà dire:

    Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. (Mt 25 35s)

    Coloro che vivono così la vita incontrano Dio, quantunque non sappiano neanche che Gesù è esistito.