La Sorgente

Beati i Misericordiosi


Incontro di Sabato 24 Gennaio 2015


Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia

Questa beatitudine si fonda sulla parola "misericordia". Indica sia la categoria dei "Beati" che il motivo. Non solo, ma ciò che viene promesso è già vissuto. E questa è la differenza che c’è in questa beatitudine rispetto alle altre. In essa c’è una continuità, una corrispondenza fra presente e futuro: il misericordioso, dopo, non troverà un’altra cosa, troverà misericordia. È un grande mistero perché quando parliamo di misericordia non parliamo di un attributo di Dio, ma di Dio stesso: Dio è misericordia, un cuore rivolto al misero. La parola "misericordia", nella sua accezione ebraica, richiama l’utero materno, ossia accoglienza assoluta, amore gratuito. Chi allora possiede questo amore gratuito e sa perdonare, chi accoglie incondizionatamente, questi otterrà misericordia, otterrà Dio, perché già ora lo ha avuto, visto che Dio non ha misericordia, ma è misericordia.


Il senso comune riduce la misericordia alla compassione o, tutt’al più, al perdono. Il perdono è un momento forte della misericordia, forse il suo momento più alto. Perdonare è un atto gratuito, è un dono che noi facciamo a chi ci ha fatto del male. È un atto creativo che ci trasforma da prigionieri del passato in uomini liberi, perché il perdono non è una re-azione, una risposta vincolata, predeterminata, ma è un atto nuovo, non condizionato da ciò che l’ha provocato. Ma non è tutta la misericordia. Per la Bibbia la misericordia è una prerogativa di Dio. La misericordia evangelica è insieme amore e fedeltà: un amore profondo e solido, gratuito e ostinato, fedele anche quando è tradito. Il segno più alto per noi è la Croce: un gesto di perdono ma, prima ancora un gesto di ostinata e incondizionata solidarietà.


"Misericordia io voglio e non sacrifici" (Mt 12,11-8). Nel profeta Osea la frase si riferisce all’uomo, a ciò che Dio vuole da lui. Dio vuole dall’uomo amore e conoscenza, non sacrifici esteriori e olocausti di animali. Invece Gesù si riferisce a Dio. L’amore di cui parla non è quello che Dio esige dall’uomo, ma quello che dà all’uomo. Vuole dire: voglio usare misericordia, non condannare. Il suo equivalente biblico è la parola che si legge in Ezechiele: "Non voglio la morte del peccatore, ma si converta e viva". Essa esprime il primato dell’amore su qualsiasi altro comandamento, su qualsiasi altra regola o precetto. Per il nostro Dio il vero culto è carità, amore, compassione, aiuto, solidarietà, comunione, unità, elemosina, sostegno morale, spirituale, ed anche economico verso i nostri fratelli più bisognosi. Il culto che Dio vuole è l’accoglienza dell’altro nel nostro cuore e l’attenzione operosa sia spirituale che materiale verso tutti coloro che versano nel bisogno. Per Gesù Dio è prima di tutto il Misericordioso, il Padre che ama tutti, che fa sorgere e fa piovere sopra i buoni e i cattivi.
La misericordia della beatitudine è universale. Nessuno è escluso dalla beatitudine evangelica. Dio non solo perdona chi ritorna, ma addirittura si muove per primo e va in cerca di chi è ancora lontano ( Le parabole del Figliol prodico e della Pecorella smarrita).


L’uomo vive di misericordia se dona la vita, procreandola. Siamo chiamati ad essere collaboratori di vita per i propri fratelli; in Cristo Gesù siamo costituiti servi della misericordia del Padre. Dobbiamo donare tutti i doni spirituali che il Signore ha messo nelle nostre mani. Non si può esercitare la virtù della misericordia, se un solo dono di Dio non viene dato al mondo intero.
Non è solo dare il dono di Dio; è dare se stessi. La vita dell’uomo sulla terra è spirito, è anima, è corpo e la misericordia deve essere indirizzata contemporaneamente all’anima, allo spirito, al corpo.

Beato, felice chi può contare su un cuore misericordioso, accogliente, compassionevole;

Beato, felice chi può confidare nel sostegno di un amico sincero e premuroso;

Beato, felice chi sa di essere perdonabile e cosa significa essere perdonato.


Certo, chi sperimenta questa misericordia, questa carità è beato, ma ancor di più è chi la offre. Oggi più che mai siamo chiamati a fare agli altri quello che vorremmo fosse fatto a noi!

  • Avere misericordia non significa: sacrificarsi malvolentieri per qualcuno, o compiere dei vuoti culti esteriori per ingraziarsi Dio e muoverlo a Sua volta ad aver misericordia di noi.
  • Non è un atteggiamento: di permissiva cortesia verso l’altro, il diverso, la persona scomoda. Non basta "sedersi a tavola" con qualcuno che gli altri non hanno accettato. Ma, come ci mostra Gesù nel Vangelo quando si mangia con i peccatori e gli emarginati, dobbiamo avere un atteggiamento interiore particolare con le persone più in difficoltà. Non basta condividere il pasto, una festa, una gita, un gioco ... Dobbiamo abbandonare i nostri egoismi, essere miti, con il cuore libero di amare, essere pronti a dare noi stessi oltre che qualcosa di materiale.
  • Non basta avere comprensione verso il prossimo o non giudicarlo. Avere misericordia vuol dire amarlo e partecipare vivamente alla sua storia, soccorrerlo nel bisogno materiale e spirituale, secondo le nostre possibilità.
  • Quando si tratta di dimostrare la misericordia e la compassione per gli altri dobbiamo stare attenti a non essere prematuri e frettolosi. Si deve lasciare agli altri il tempo e lo spazio di esprimersi, cioè i tempi necessari alla loro crescita.


Gli atti di misericordia, compassione e perdono devono iniziare con sé. è solo quando abbiamo auto-stima e amor proprio che possiamo perdonare. Amor proprio è avere compassione per il sé, misericordia significa che agisco per il mio miglior interesse, non egoistico, ma con la saggezza che sa ciò che è realmente buono per me.
Se siamo alla ricerca di perdono da altri per qualsiasi condizione ci si trovi, può spesso significare che non abbiamo abbastanza amor proprio e auto-rispetto. Perché? Se ne avessi abbastanza mi assumerei la responsabilità del mio comportamento, dei miei pensieri, parole ed azioni, scegliendo solo il meglio.

Aver misericordia verso se stessi vuol dire:

  • Non delegare agli altri la responsabilità delle mie azioni, permettendo loro di governare la mia vita.
  • Liberarsi dai sensi di colpa ed accettarsi.
  • Far emergere il meglio dal mio cuore.

Provare misericordia verso se stessi è un grande catalizzatore per guarire dentro e questo avviene quando mi rendo veramente conto dei vecchi modelli di comportamento che causano sempre più dolore, sofferenza e difficoltà.


Perché spesso si ricorda Dio quando siamo in difficoltà? Forse perché c’è la comprensione che solo Dio può perdonare e renderci completi, un tutt’uno con la nostra coscienza.
Man mano si diventa migliori maestri di se stessi, assumendosi la responsabilità e ascoltando la propria coscienza, si è in grado di ripulire il proprio agire e provare compassione per gli altri.


Spunti per la Riflessione

  • Cosa significa per noi essere collaboratori di vita?
  • Ho misericordia verso me stesso?