La Sorgente

Ritiro di Avvento


Incontro di Domenica 30 Novembre 2014


Fiducia e speranza, virtù dell'Avvento

Oggi iniziamo il tempo dell'Avvento che, nella sua struttura liturgica, è caratterizzato come un tempo di attesa. L'attesa, l'attendere è una dimensione che attraversa tutta la nostra esistenza personale, familiare e sociale. Siamo protesi verso il futuro, tanto che a volte ci dimentichiamo di vivere il presente. L'attesa è presente in mille situazioni, da quelle più piccole e banali fino alle più importanti, che ci coinvolgono totalmente e nel profondo. Pensiamo, tra queste, all'attesa di un figlio da parte di due sposi; a quella di un parente o di un amico che viene a visitarci da lontano; pensiamo, per un giovane, all'attesa dell'esito di un esame decisivo, o di un colloquio di lavoro; nelle relazioni affettive, all'attesa dell'incontro con la persona amata, della risposta ad una lettera, o dell'accogli¬mento di un perdono... Si potrebbe dire che l'uomo è vivo finché attende, finché nel suo cuore è viva la speranza: l'attesa ci tiene vivi! E dalle sue attese l'uomo si riconosce: la nostra “statura” morale e spirituale si può misurare da ciò che attendiamo, da ciò in cui speriamo.

Nell'Avvento, due sono gli eventi che siamo invitati ad attendere: il primo è la fine del tempo, il momento finale (Escatologia), che è anche la fine del nostro tempo; possiamo quindi parlare anche della nostra fine, la nostra resa dei conti, la nostra morte. Tutte queste sono espressioni che possono generare inquietudine, ma il Vangelo le riferisce sempre ad un evento: la seconda venuta di Cristo, chiamata Parusia, che parla, sopratutto, di vittoria e di vita per sempre: La storia – anche la nostra – finirà bene.

Il secondo evento che dobbiamo attendere, è la venuta di Dio nei nostri cuori ("Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui": Gv, 14, 23), che è permanente, di ogni giorno. Queste venuta realizza in noi, attualizza in noi quella che fu – 2000 anni fa – la venuta di Cristo nella carne: la natività di Gesù. Per questo l'Avvento è il tempo di preparazione per il Natale.

In questo atteggiamento di attesa, la virtù che ci vuole, quella che spiega quale è il modo corretto di disporsi, è la speranza. E la speranza nasce dalla fiducia, che possiamo definire come il modo retto di pensare, pensare rettamente di Dio, di noi stessi e del mondo.

Uno dei problemi dell'educazione religiosa che abbiamo ricevuto, basata sull'idea di un Dio che è giudice che premia e castiga, e di noi come creature nate nel peccato, è che non ci ha insegnato la fiducia.

Non siamo stati educati a fidarci dell'esistenza, del mondo, del corpo, della società, della creatività. Al contrario, una religione così concepita, insegna – in forma esplicita o con messaggi non verbali – la paura, che è l'opposto della fiducia. Paura della dannazione, paura della natura – cominciando della nostra stessa natura –, paura degli altri, paura del mondo, paura del futuro. Tale forma di fede religiosa è molto debole. Come dice Gandhi, "Ciò che si guadagna con la paura dura solo finché dura la paura". Una religione basata sulla paura, in effetti, deve continuare a predicare le proprie paure per continuare ad esistere. Così facendo però si allontana sempre più dal mondo, dalla società, dalla gente, dalle idee nuove. Perciò tante persone nel nostro occidente, di pretese radici cristiane, abbandonano la religione: perché diventano adulte e perdono la paura.

Possiamo invece predicare e vivere una religione costruita non su una psicologia della paura, ma su una psicologia della fiducia e dell'espansione continua della persona? Se leggiamo con uno sguardo pulito e senza preconcetti la Sacra Scrittura, è proprio questo che troviamo: un viaggio di approfondimento della fiducia. "Per i saggi di Israele – afferma il biblista Gerhard von Rad – era naturale che la creazione fosse non solo degna di fiducia, ma che anche giustificasse questa fiducia".


Fiducia nel Creato

Nella prima pagina della Genesi, leggiamo per ben sette volte che Dio, nel creare il mondo, "vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona" (Gen 1, 31).

Anche nel capitolo 2, quando nel racconto della creazione dell'uomo, ci viene spiegato che "il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente" (2, 8), e quindi "prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse" (v. 15), affidandogli la signoria, che si esprime nel potere di dare i nomi alle creature: "in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome" (v. 19). Così si esprime la fiducia di Dio nel Creato e nell'uomo.

La fiducia di Dio nella sua stessa opera, che è di creazione, ma pure di salvezza, la visione positiva sul mondo, si esprime lungo la Scrittura con l'immagine ricorrente della vita naturale che cresce; cresce obbe¬dendo al logos che l'ha creata, al piano di Dio.

Ezechiele 47, 12:

Lungo il fiume, su una riva e sull'altra, crescerà ogni sorta di alberi da frutto, le cui fronde non appassiranno: i loro frutti non cesseranno e ogni mese matureranno, perché le loro acque sgorgano dal santuario. I loro frutti serviranno come cibo e le foglie come medicina.

Anche la vita dell'uomo giusto è paragonata a quella di una pianta, che cresce rigogliosa perché bene fondata in Dio, nella sua parola, nel suo amore:

Salmo 29, 13-16:

Il giusto fiorirà come palma, crescerà come cedro del Libano; piantati nella casa del Signore, fioriranno negli atri del nostro Dio. Nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno vegeti e rigogliosi, per annunziare quanto è retto il Signore: mia roccia, in lui non c'è ingiustizia.

Isaia 44, 2-4:

Così dice il Signore che ti ha fatto, che ti ha formato dal seno materno e ti aiuta: "Non temere, Giacobbe mio servo, Iesurùn da me eletto, poiché io farò scorrere acqua sul suolo assetato, torrenti sul terreno arido. Spanderò il mio spirito sulla tua discendenza, la mia benedizione sui tuoi posteri; cresceranno come erba in mezzo ll'acqua, come salici lungo acque correnti".

Come la vita naturale, fisica, cresce a riprova della benedizione di cui è stata rivestita nell'atto creatore di Dio, pure la vita spirituale, la giustizia, la bontà, la lode crescono come virgulti di una vegetazione rinnovata:

Isaia 61, 11:

Come la terra produce la vegetazione
e come un giardino fa germogliare i semi,
così il Signore Dio farà germogliare la giustizia
e la lode davanti a tutti i popoli.

Non solo, anche la conversione, la rinascita della vita, dopo che è stata amputata dal peccato o dalla'infedeltà, è paragonata ad una pianta con nuovi germogli, che crescono tanto più quanto più ricevono dall'alto il loro nutrimento:

Isaia 55, 6-7.10-11

Cercate il Signore, mentre si fa trovare,
invocatelo, mentre è vicino.
L'empio abbandoni la sua via
e l'uomo iniquo i suoi pensieri;
ritorni al Signore che avrà misericordia di lui
e al nostro Dio che largamente perdona.
Come infatti la pioggia e la neve
scendono dal cielo e non vi ritornano
senza avere irrigato la terra,
senza averla fecondata e fatta germogliare,
perché dia il seme al seminatore
e pane da mangiare,
così sarà della parola
uscita dalla mia bocca:
non ritornerà a me senza effetto,
senza aver operato ciò che desidero
e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata.

Finalmente, anche la cd. 'speranza messianica', la salvezza definitiva, l'attesa del Messia, è anch'essa paragonata alla ricrescita di una pianta, all'apparizione di un nuovo virgulto:

Isaia 11, 1-2.6.10:

Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse,
un virgulto germoglierà dalle sue radici.
Su di lui si poserà lo spirito del Signore,
spirito di sapienza e di intelligenza,
spirito di consiglio e di fortezza,
spirito di conoscenza e di timore del Signore.
Il lupo dimorerà insieme con l'agnello,
la pantera si sdraierà accanto al capretto;
il vitello e il leoncello pascoleranno insieme
e un fanciullo li guiderà.
In quel giorno
la radice di Iesse si leverà a vessillo per i popoli,
le genti la cercheranno con ansia,
la sua dimora sarà gloriosa.

Geremia 23, 5s

Ecco, verranno giorni – dice il Signore –
nei quali susciterò a Davide un germoglio giusto,
che regnerà da vero re e sarà saggio
ed eserciterà il diritto e la giustizia sulla terra.
Nei suoi giorni Giuda sarà salvato
e Israele starà sicuro nella sua dimora;
questo sarà il nome con cui lo chiameranno:
Signore-nostra-giustizia.

Isaia 45, 8

Stillate, cieli, dall'alto
e le nubi facciano piovere la giustizia;
si apra la terra
e produca la salvezza
e germogli insieme la giustizia.
Io, il Signore, ho creato tutto questo.

Nel Vangeli vediamo come Gesù condivide questa visione della vita come una storia di crescita:

Marco 4, 26-29:

Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura.

Anche il Regno di Dio, per Gesù, è simile ad una pianta umile ma potente, perché offre rifugio e salvezza a tutti, specialmente agli uccelli, che per Israele erano animali immondi, quindi – possiamo dire noi – che offre dimora specialmente ai rifiutati della società:

Marco 4, 31s:

[Il regno dei cieli] è come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra.

Fiducia in Dio

Gn 22, 1-2.9a.10-13.15-18

La fiducia nel Creato, nella bellezza e nella vita che in esso si esprime, tale come è uscito dalle mani di Dio, porta con se anche la fiducia nel Creatore: la fede e la speranza che Dio farà finire bene la storia. Addirittura in presenza del male e del peccato, non manca mai la chiamata alla speranza: dal marchio che Dio pone su Caino, per proteggerlo dalla morte, all'arcoba¬leno che Egli fa sorgere dopo il Diluvio per annunciare la sua volontà di preservare la vita sulla terra.

L'Antico Testamento non ha le parole per descrivere la speranza, ma i contenuti. In esso l'intreccio degli eventi storici creano il fattore speranza: la creazione, la scelta di Abramo e la libertà dall'Egitto suscitano in Israele quel coraggio di vedere il futuro nella fedeltà del Signore Dio. Effettivamente, la storia dei patriarchi è tutta una storia di fiducia e di speranza: "Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle; – dice Dio ad Abram – tale sarà la tua discendenza" (Gen 15, 5). La storia di Giacobbe, la storia di Giuseppe in Egitto; l'Esodo dei popolo d'Israele; la conquista della Terra Promessa. La storia di Davide, come Dio lo sostiene di fronte a Golia; la fiducia che si esprime nei salmi…, sono tutti esempi di una fede che si basa nella certezza di un amore di Dio, che ama la vita e ama i suoi figli.

Nel caso del re Davide – spiega lo studioso Walter Brueggemann – si produce una crescita della vita di fede proprio come crescita di fiducia. Davide infrange spesso le categorie di pietà religiosa dei suoi antenati, perché la sua vera personalità e la sua opera possano essere riconosciute.

1 Samuele 21, 3,-7 (cf. Mt 12, 3-4):

Rispose Davide al sacerdote Achimelech: "Il re mi ha ordinato e mi ha detto: Nessuno sappia niente di questa cosa per la quale ti mando e di cui ti ho dato incarico. Ai miei uomini ho dato appuntamento al tal posto. Ora però se hai a disposizione cinque pani, dammeli, o altra cosa che si possa trovare". Il sacerdote rispose a Davide: "Non ho sottomano pani comuni, ho solo pani sacri: se i tuoi giovani si sono almeno astenuti dalle donne, potete mangiarne". Rispose Davide al sacerdote: "Ma certo! Dalle donne ci siamo astenuti da tre giorni. Come sempre quando mi metto in viaggio, i giovani sono mondi, sebbene si tratti d'un viaggio profano; tanto più oggi essi sono mondi". Il sacerdote gli diede il pane sacro, perché non c'era là altro pane che quello dell'offerta, ritirato dalla presenza del Signore, per essere sostituito con pane fresco nel giorno in cui si toglie.

2 Samuele 6, 16.20-22:

Mentre l'arca del Signore entrava nella città di David, Mikal, figlia di Saul, guardò dalla finestra; vedendo il re Davide che saltava e danzava dinanzi al Signore, lo disprezzò in cuor suo. […] Quando Davide tornava per benedire la sua famiglia, Mikal figlia di Saul gli uscì incontro e gli disse: "Bell'onore si è fatto oggi il re di Israele a mostrarsi scoperto davanti agli occhi delle serve dei suoi servi, come si scoprirebbe un uomo da nulla!". Davide rispose a Mikal: "L'ho fatto dinanzi al Signore, che mi ha scelto invece di tuo padre e di tutta la sua casa per stabilirmi capo sul popolo del Signore, su Israele; ho fatto festa davanti al Signore. Anzi mi abbasserò anche più di così e mi renderò vile ai tuoi occhi, ma presso quelle serve di cui tu parli, proprio presso di loro, io sarò onorato!".

La monarchia davidica rappresenta una novità radicale a causa della crescita di fiducia progressiva di Davide nella propria unicità e nell'unicità dei tempi in cui egli si trovava a vivere. Davide porta con sé una nuova prospettiva nei confronti della storia umana, della responsabilità, della capacità di prendersi cura, della capacità di decisione e dell'uso del potere. Ma la difficoltà maggiore che Davide deve affrontare nei confronti della fede/fiducia è rendersi conto che Dio si fida di lui, lo lascia libero perché faccia ciò di cui è capace.

2 Samuele 16, 10-12:

[Davide] rispose: "Che ho io in comune con voi, figli di Zeruià? Se maledice, è perché il Signore gli ha detto: Maledici Davide! E chi potrà dire: Perché fai così?". Poi Davide disse ad Abisài e a tutti i suoi ministri: "Ecco, il figlio uscito dalle mie viscere cerca di togliermi la vita: Quanto più ora questo Beniaminita! Lasciate che maledica, poiché glielo ha ordinato il Signore. Forse il Signore guarderà la mia afflizione e mi renderà il bene in cambio della maledizione di oggi".

Anche i profeti, pur denunciando i mali di Israele e annunciando la rovina e la futilità delle sicurezze umane che il popolo e i sovrani ripongono in se stessi, annunciano sempre la speranza, la fiducia nel futuro:

Isaia 9, 1-6:

Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce;
su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse.
Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia.
Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete
e come si gioisce quando si spartisce la preda.
Poiché il giogo che gli pesava e la sbarra sulle sue spalle,
il bastone del suo aguzzino tu hai spezzato come al tempo di Madian.
Poiché ogni calzatura di soldato nella mischia
e ogni mantello macchiato di sangue sarà bruciato, sarà esca del fuoco.
Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio.
Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato:
Consigliere ammirabile, Dio potente,
Padre per sempre, Principe della pace;
grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine
sul trono di Davide e sul regno,
che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e sempre;
questo farà lo zelo del Signore degli eserciti.

La parola che Gesù adopera più spesso per indicare la fede, pístis (verbo pisteúein), nell'originale greco significa proprio 'fiducia'. Gesù riconosce il potere salvifico della fiducia, e lo conferma ogni qualvolta che essa – e non Gesù direttamente – guarisce qualcuno. Alla donna con il flusso di sangue Gesù dice: "Coraggio, figliola, la tua fede ti ha guarita" (Mt 9, 22). Lo stesso fa con il cieco Bartimeo a Gerico: "Và, la tua fede ti ha salvato" (Mc 10, 52). L'afferma¬zione della fede che salva e guarisce, viene sempre accompagnata dall'invito al coraggio. Gesù dice al paralitico: "Coraggio, figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati" (Mt 9, 2).

La 'fede', la 'salvezza', il 'perdono' vanno nel Vangelo uniti al concetto di fiducia, che si esprime con il verbo Θαρσέω (tharseó): “avere coraggio”, “essere di buon animo” , letteralmente: “irradiare calda fiducia” (trasudare “audacia sociale”). Il verbo a sua volta deriva dal sostantivo thársos, che significa “incoraggiato dal di dentro”.

Il concetto di fiducia nel Vangelo fa quindi riferimento a Dio che sostiene il credente, rafforzandolo con un audace atteggiamento interiore. Per il credente, “mostrare, avere coraggio” è il risultato dell'azione del Signore che comunica la sua forza, per mezzo della fede (pístis) che egli infonde. Mostrare questo incrollabile, audace coraggio significa vivere la fiducia interna, che è prodotta dallo Spirito. Si tratta sempre di una forza che nasce dal di dentro, della fiducia che l'individuo percepisce in sé stesso, e che implica “non avere paura”.

Gesù stesso unisce il coraggio con l'assenza di paura:

Mt 14, 27:

I discepoli, a vederlo camminare sul mare, furono turbati e dissero: "è un fantasma", e si misero a gridare dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro: "Coraggio, sono io, non abbiate paura".

Questa fiducia, come forza interiore, che nasce dalla fede, ha un fondamento solido: è la vittoria di Dio sul male, è la vittoria di Cristo sulla morte. Durante l'ultima cena Gesù dirà agli apostoli: "Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!" (Gv 16, 33).

La fiducia, pertanto, non è solo una questione psicologica, ma è una questione di fede; infatti, 'fiducia' è il significato di base di 'fede'. Noi siamo chiamati a quello stesso tipo di fiducia che rende possibile, da parte di Dio, l'affidamento.


Citazioni

Il Signore è la mia forza e il mio scudo,
ho posto in lui la mia fiducia;
mi ha dato aiuto ed esulta il mio cuore,
con il mio canto gli rendo grazie.

Salmo 28, 7

Sei tu, Signore, la mia speranza,
la mia fiducia fin dalla mia giovinezza.
Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno,
dal seno di mia madre tu sei il mio sostegno;
a te la mia lode senza fine.

Salmo 71, 5s

Chi confida nel Signore è beato; chi confida nel Signore avrà successo.

Proverbi 16, 20; 28, 25

Non è tanto dell'aiuto degli amici che noi abbiamo bisogno, quanto della fiducia che essi ci aiuterebbero nel caso ne avessimo bisogno.

Epicuro (342-270 a.C.)

Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!

Giovanni 16, 33

Nell'amore non c'è timore, al contrario l'amore perfetto scaccia il timore.

1 Giovanni 4, 18

Se tu sei il capolavoro di Dio, attendi la mano di Dio che crea ogni cosa al tempo opportuno; questo riguarda te, perché la tua creazione è ancora in corso.

Ireneo di Lione (130-202)

La fiducia mostra la strada.

Ildegarda de Bingen (1098-1179)

Non è possibile fidarsi troppo di Dio. Perché alcune persone non portano frutto? Perché non hanno fiducia né in Dio né in se stesse.

Meister Eckhart (1260-1328)

C'è in noi il seme di Dio. Ora, il seme di un ero diventa un pero, il seme di un nocciolo diventa un nocciolo, il seme di Dio, diventa Dio.

Meister Eckhart (1260-1328)

Spesso la nostra fiducia non è piena. Non siamo sicuri che Dio ci ascolti perché ci consideriamo privi di importanza, come se fossimo delle nullità. Questo è ridicolo ed è proprio la causa della nostra debolezza.

Giuliana di Norwich (1342-1416)

La fiducia nella bontà altrui è una notevole testimonianza della propria bontà.

Michel De Montaigne (1533-1592)

Se si tratta una persona come sembra che essa si meriti di essere trattata, la si rende peggiore, ma se la si tratta come se fosse già quello che potenzialmente potrebbe essere, la si fa diventare ciò che dovrebbe essere.

Johann W. von Goethe (1749-1832)

Si è più spesso ingannati dalla diffidenza che dalla fiducia.

Antoine Rivaroli (1753-1801)

L'immanenza di Dio dà ragione di credere che il mero caos è intrinsecamente impossibile.

Alfred N. Whitehead (1861-1947)

Non c'è nulla di più bello o di più significativo al mondo, tra le leggi dell'universo, del corpo umano nudo. Un appressamento e un rispetto più grande per il corpo dovrebbero svilupparsi non solo tra gli artisti, ma tra tutte le persone.

Robert Henri (1865-1929)

Dove c'è paura non c'è religione.

Mohandas K. Gandhi (1869-1948)

Il dubbio o la fiducia che hai nel prossimo sono strettamente connessi con i dubbi e la fiducia che hai in te stesso.

Kahlil Gibran (1883-1931)

Solo chi ha fede in se stesso può essere fedele agli altri.

Eric Fromm (1900-1980)

La fiducia in Dio non si comunica a forza di argomentazioni che, volendo convincere a tutti i costi, suscitino un'inquietudine, vedi anche una paura. E' dapprima nel cuore, nelle profondità di se stesso, che è accolta una chiamata del Vangelo.

Frère Roger di Taizé (1915-2005)

Ciò che Dio fa prima, meglio e più spesso è fidarsi di quello che sta accadendo loro nella storia. Si fida che essi faranno cosa si deve fare per della sua intera comunità.

Walter Brueggemann (1933)

Solo la fiducia in Dio può trasformare il dubbio in certezza, il male in bene, la notte in alba radiosa.

Papa Francesco (2014)


Fiducia nell'uomo e in noi stessi

Cosa significhi fidarsi di sé e degli altri, è bene espresso da Goethe, quando scrive:

"Se si tratta una persona come sembra che essa si meriti di essere trattata, la si rende peggiore, ma se la si tratta come se fosse già quello che potenzialmente potrebbe essere, la si fa diventare ciò che dovrebbe essere".

Una psicologia di fiducia è pertanto necessariamente una psicologia di crescita, che incoraggia l'espansione continua delle nostre potenzialità. La psicologia della fiducia non è di conservazione: non si tratta né di conservare l'innocenza, né il denaro, né la reputazione, né lo stato quo, né la personalità, né le istituzioni; ma crescere, andare avanti. è la psicologia che esprime Gesù nella parabola dei talenti: devo espandere i miei doni, non seppellirli perché "avevo paura" (Luca 19, 21).

La parabola ci insegna infatti a fidarci di Dio e di noi stessi. In essa, che è collocata alla fine del vangelo di Matteo (Mt 25, 14-30), subito prima dell'annuncio del cd. Giudizio universale, vale a dire, il giudizio sui popoli che non hanno conosciuto Dio, ci viene presentato il giudizio di Dio su coloro che lo hanno invece conosciuto. Quindi, parla di quale è l'atteggiamento che ci si deve aspettare da un vero credente. E il giudizio consiste in un esame sulla fiducia o la sfiducia che il credente pone su Dio e, conseguentemente, su se stesso.

Ci vengono presentati tre servi, ai quali il loro padrone consegna una parte importantissima della sua fortuna. Non si tratta di un prestito, ma di una donazione gratuita e generosissima: 10, 5 talenti, 1 talento. Già un solo talento era una misura di valore molto importante: oscillava tra i 26 e i 36 Kg d'oro; corrispondeva circa a 6.000 denari, vale a dire circa 20 anni di salario di un operaio, quindi una vera fortuna. A ciascun servo viene data la quantità che egli è capace di gestire, "secondo le capacità di ciascuno", secondo le sue forse, secondo la propria natura. Il Signore, oltre a donare gratuitamente queste grosse somme ai suoi servi, non dice a nessuno di essi cosa deve fare; semplicemente consegna i soldi e se ne va. Si fida dei suoi servi, li lascia in libertà.

Cosa possiamo imparare da questo? Anzi tutto che le risorse che ciascuno di noi si ritrova nella propria esistenza sono da ritenere un dono. C'è un gesto chiaro, all'inizio, ed è un gesto che ha i caratteri della chiamata e dell'affidamento (v.14: chiamò e consegnò). I servi, come abbiamo visto, sono dotati in rapporto alle proprie capacità. Tra il tempo dell'affidamento e il tempo del ritorno, c'è poi un tempo di risposta o di lavoro.

I due primi servi, hanno interpretato il gesto come un atto di fiducia da parte del padrone nei loro confronti. E a loro volta, pensando bene del padrone, si fidano di lui: sanno di aver ricevuto tutto quel denaro in proprietà. La loro risposta è una risposta immediata (“subito”: v.16) ed è una risposta di “lavoro”: lavorano in ciò che hanno ricevuto. Si fidano altrettanto di se stessi: si mettono in cammino, in gioco, rischiano, comprendono che quell'uomo ha fatto un gesto che merita una risposta feconda, perciò non esitando a mettere i soldi a frutto, e ottengono così dei grandi benefici. Al ritorno del signore, questi non esige la devoluzione della somma consegnata, ma però vuole sapere cosa ne hanno fatto, se hanno avuto o meno fiducia. E verificata questa fiducia, li premia ancora con qualcosa di molto più grande delle ricchezze, li rende partecipi della sua stessa felicità: "prendi parte alla gioia del tuo padrone", facendoli così passare dalla condizione di servi a quella di padroni, liberi come lui.

Invece, il servo che aveva ricevuto un solo talento, cosa ha fatto? Anzitutto, non si è fidato di se stesso, ritenendosi non signore dei soldi ricevuti, ma ancora servo. Infatti dice alla fine: "ecco ciò che è tuo". In secondo luogo, manifesta paura: "Ho avuto paura – dice – e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra". Fa così anche perché, secondo il diritto rabbinico, se uno seppelliva il denaro che gli era stato dato, in caso di furto, non era tenuto a restituirlo. Quindi lui prende tutte le precauzioni; lui non crede nella generosità del suo padrone, non si è fidato di lui. Non solo, ma ha anche pensato male del Padrone: "so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso". La sua idea del padrone è quella della durezza e della punizione. Del padrone coglie essenzialmente l'aspetto intransigente, di chi pretende i frutti senza dare nulla. Probabilmente interpreta il solo talento affidatogli come una mancanza di generosità del suo padrone, forse come un atto dovuto, e non come un'opportunità, la sua personalissima opportunità di entrare in una relazione di amicizia con lui. Questa però è palesemente un'immagine distorta del padrone. Nella narrazione vediamo un padrone non generoso, ma follemente generoso, che non solo non vuole indietro l'enorme fortuna che ha lasciato ai suoi funzionari, ma addirittura li fa parte di tutto il suo patrimonio, di tutta la sua vita.

"Ho avuto paura". Ecco qui dove vuole arrivare l'evangelista, un'immagine distorta di Dio, la paura di Dio può essere fatale per la persona, che evita di agire per timore del rimprovero, o di sbagliare. Giovanni, nella sua prima lettera, dirà: "Nell'amore non c'è timore. Chi teme non è perfetto nell'amore" (4, 18). Invece, in questo servo stolto la paura di sbagliare ne ha paralizzato l'azione, la crescita. Questo individuo non verrà punito per aver fatto qualcosa di male, ma semplice¬mente perché non ha fatto nulla. è definito inutile; la sua inutilità consiste nel non aver compreso l'ansia di condivisione del suo padrone, il tipo di rapporto che il suo padrone voleva instaurare con lui. Ed ecco la sentenza: "gettatelo fuori nelle tenebre". In realtà vi è già, perché seppellendo il talento ha seppellito se stesso; "... là sarà pianto e stridore di denti". L'espressione, equivalente al nostro italiano “strapparsi i capelli”, sta a significare, non la condanna al fuoco eterno, ma semplicemente la disperazione per aver fallito la propria esistenza.

La parabola dei talenti ci insegna quindi che bisogna sì avere fiducia in Dio, ma che è imprescindibile avere anche fiducia in noi stessi. La prima cosa da capire è quanto noi siamo capaci di espanderci, di crescere. La nostra possibilità di espanderci è illimitata, solo Dio è il nostro limite. Possiamo diventare tanto “vasti” quanto ci permettiamo di diventarlo. Giuliana di Norwich, mistica del Trecento, scrisse:

"Noi siamo da Dio. Questo è ciò che siamo. Non vedevo differenza tra Dio e la nostra sostanza, ma mi sembrava che tutto fosse Dio".

Quella che abbiamo chiamato più volte la “psicologia della fiducia” segue una teologia della benedizione, che è necessariamente una spiritualità di maturazione, di crescita, di espansione, perché questa è la modalità con la quale operano i processi naturali. Dal seme, al fiore, al frutto, noi cresciamo e siamo trasformati per mezzo di molte piccole morti in nuova vita di tanti tipi diversi. Questa è la psicologia della Scrittura, dell'Antico Testamento, che dedica tanta attenzione ai processi di fecondità e di maturazione, come abbiamo visto. La nostra passione va adoperata, non per conservare, per mantenere le cose come sono, ma per crescere ed espanderci ad infinitum. Perciò Meister Eckhart, un altro mistico a cavallo tra il Duecento e il Trecento, invita alla crescita più alta, a diventare Dio:

"C'è in noi il seme di Dio. Ora, il seme di un pero diventa un pero, il seme di un nocciolo diventa un nocciolo, il seme di Dio, diventa Dio".

Bisogna imparare la reverenza per il cambiamento e il processo. Lo stesso Eckhart sottolinea questo senso di rispetto dicendo che "Dio crea tutte le cose, ma non smette di creare, e le creature sono sempre nel processo di essere create e nel processo di iniziare ad essere create". Questa è l'essenza e il senso ultimo dell'umiltà e della semplicità, perché ciascuno di noi è sempre "nel processo di iniziare ad essere creato"; ma è anche l'invito di grandezza cosmica a crescere, crescere e crescere.

Già nel secondo secolo della nostra era, sant'Ireneo aveva individuato la chiave della spiritualità cristiana in questa psicologia della crescita. Per lui, il peccato di Adamo non è stato – come spesso ci viene presentato – una caduta dalla perfe¬zione originale, ma piuttosto un ostacolo alla crescita, che è la vocazione naturale dell'uomo. Nella sua visione, Adamo ed Eva sono come bambini che devono crescere. Anche noi dobbiamo andare oltre. Egli paragona la nostra maturazione a quella del feto o del chicco di grano nella spiga. Il Creato ha la sua perfezione nella sua potenzialità di crescita che permette agli esseri umani di crescere attraverso gioie e dolori, come dice il proprio Gesù: "Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto" (Gv 12, 24). Ma per Ireneo, si cresce anche attraverso il peccato e il perdono. Egli scrive:

"Se tu sei il capolavoro di Dio, attendi la mano di Dio che crea ogni cosa al tempo opportuno; questo riguarda te, perché la tua creazione è ancora in corso".

Addirittura la morte è una crescita, vita che nasce dalla vita. Matthew Fox, nel suo magnifico libro In principio era la gioia, scrive:

"Per quanto accessi possano essere i colori dell'autunno nel New England, il rosso e oro brillante che coprono le montagne derivano dal fatto che le foglie stanno dicendo addio, e forse stanno dicendo grazie, preparandosi a passare da questa vita a un'altra".

La psicologia della fiducia conduce alla compassione, perché la compassione è una funzione della fede – vale a dire della fiducia – nella natura umana, mentre la costrizione è una funzione della mancanza di fede nella natura umana. La religiosità nella quale siamo cresciuti tutti noi è basata nella costrizione, nell'im¬por¬re una morale che non si fida delle naturali disposizioni dell'uomo, che pensa male di esso, e pensa solo di dover correg¬gerlo. La fede basata sulla fiducia invece, è capace di compassione, di capire le potenzialità di ciascun uomo per crescere ed espandersi fino alla sua dimensione divina. Dobbiamo quindi passare da una psicologia della paura, del senso di colpa, ad una psicologia della speranza, della fiducia nella propria e nell'altrui capacità di espanderci corporalmente e spiritualmente.


Fiducia e Avvento

Il tempo di Avvento ci invita pertanto a vivere la fiducia e la speranza per i tempi di una gioia che è vicina. Siamo invitati a coltivare in cuor nostro l'attesa fiduciosa di un Dio che verrà a salvarci, non soltanto al momento estremo della storia, ma già adesso, tutti i giorni, poiché è il Dio che vuole assumere la nostra stessa dimensione storica condividendo tutto con la nostra umanità.

Si tratta del Dio che ha scommesso tutto su di noi, e viene perciò a trovarci facendosi Bambino. Se la speranza nel Dio futuro è fiducia in un Dio Salvatore definitivo, la speranza in un Dio Bambino che ci è stato promesso è fiducia in un Signore che instaurerà la gioia piena in tutte le circostanze dell'oggi, per cui i nostri giorni trascorreranno all'insegna della letizia e della consolazione interiore, perché Dio Bambino sarà apportatore della novità promessa della pace, che consiste nel rinnovamento radicale della trasformazione dell'uomo.

Questo Bambino ci è stato promesso infatti come restauratore dell'umanità a partire dal cuore di ciascuno, e il suo arrivo venturo non può che comportare un clima previo di attesa fremente e allo stesso tempo consolante e fiduciosa che sussiste nella nostra immediata esperienza nel termine Avvento.

Ognuno di noi, in questo tempo che ci prepara al Natale, può domandarsi: io, che cosa attendo? A che cosa, in questo momento della mia vita, è proteso il mio cuore?

Nel tempo precedente la nascita di Gesù, era fortissima in Israele l'attesa del Messia, discendente del re Davide, che avrebbe finalmente liberato il popolo da ogni schiavitù morale e politica e instaurato il Regno di Dio. Ma nessuno avrebbe mai immaginato che il Messia potesse nascere da un'umile ragazza quale era Maria, promessa sposa del giusto Giuseppe. Neanche lei lo avrebbe mai pensato, eppure nel suo cuore l'attesa del Salvatore era così grande, la sua fede e la sua speranza erano così ardenti, che Egli poté trovare in lei una madre degna. L'estrema fiducia di Dio nell'uomo ha permesso che nell'espressione più piccola e debole dell'umanità – un bambino in fasce messo su una mangiatoia – apparisse la salvezza definitiva per il mondo.

Perciò, per noi è modello e sostegno Maria, per mezzo di lei ci è stato donato Gesù. L'Avvento ci invita, in mezzo alle difficoltà della vita e del mondo, a rinnovare la fiducia in Dio, la certezza che Egli è presente, è entrato nel mondo per essere il nostro Salvatore vero, il Salvatore potente che ci salva col suo amore. Attraverso la nostra fede, la nostra speranza, la nostra carità, Egli vuole entrare nel mondo sempre di nuovo e vuole di nuovo far risplendere la sua luce nelle nostre tenebre.


Eucaristia

Marco 13, 32-37

Quanto poi a quel giorno o a quell'ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre.

State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso.

È come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare.

Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, perché non giunga all'improvviso, trovandovi addormentati.

Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!

L'avventura d'ogni giorno

Signore, il sole è sorto e mi metti in mano una esperienza nuova.
Sarà bella? Sarà noiosa? Sarà utile?
Non lo so ancora.
Però son certo che molto dipenda da me.

Questo fammelo capire...
perché spesso rischio di aspettarmi tutto dagli altri;
tutto da te.
Fammi sentire responsabile di quello che faccio.

Tu hai creato l'uomo senza chiedergli il permesso,
ti sei però subito legato le mani
e non gli puoi fare niente se non lo vuole.

Signore, aiutami a spalancare gli occhi
per vedere dove mi trovo e chi avrò vicino.

Signore, aiutami a drizzare bene le orecchie
per raccogliere tutte le voci che la vita mi invia
e rispondere con coraggio e fantasia.