La Sorgente

Don Michele De Paolis, SDB: un testimone del Vangelo in mezzo alle pietre scartate della nostra società


Incontro di Sabato 22 Novembre 2014


Don Michele da Francesco

Oltre 90 anni di impegno e passione. E don Michele De Paolis non è affatto stanco. Il prete giovane tra i giovani si è reso protagonista dell'ennesima prova di umiltà durante la visita a Papa Francesco. De Paolis ha atteso paziente il suo turno per abbracciare Bergoglio e consegnargli alcuni doni.

Tra questi la croce francescana in legno d'ulivo fatta artigianalmente, il bauletto decorato con calice e patena in legno d'ulivo e per finire il suo libro: "Un prete scomodo", ribattezzato erroneamente "incomodo" dal Papa. Oltre ai doni, benedetti dal Santo Padre, De Paolis ha consegnato una richiesta di preghiera di una coppia senza figli.

Ma la vera sorpresa è giunta dal Papa, ormai un habitué dei fuori programma. Francesco ha afferrato e baciato la mano di De Paolis davanti allo stupore dei presenti. Un gesto a testimoniare l'umiltà di un grande uomo dinanzi ad un altro della sua stessa levatura.

Don Michele ha consegnato alla sua pagina facebook il breve racconto della sua esperienza in Vaticano:

Ho concelebrato con Papa Francesco. Ho letto il vangelo. Dopo la celebrazione, il Papa ha ricevuto i presenti in un'altra sala. Io, col mio accompagnatore, eravamo gli ultimi. Pochi minuti, ma intensissimi: gli ho parlato delle "pietre scartate", con cui vivo; gli ho presentato i doni (un crocifisso, un calice e una patena in legno d'ulivo, bellissimi); li ho comunicato le nostre iniziative in corso per gli immigrati di Lampedusa. E' rimasto assai contento. Gli ho detto: "Vorremmo tanto un'udienza per noi di Emmaus. E' possibile?" "Tutto è possibile. Parlane con il Cardinale Maradiaga e combini lui ogni cosa". Poi, (incredibile!) mi ha baciato la mano! Io l'ho abbracciato e ho pianto.


Brevi cenni biografici

Nasce a Napoli di nobile famiglia, nel 1921. Terzo figlio di un ricco industriale tessile e una marchesa della famiglia dei duchi d'Albano. All'età di sette anni, la famiglia perde tutto e va a vivere in campagna: dalle stelle alle stalle! Studi con gesuiti, scolopi e scuole pubbliche.

Spiegando la sua vocazione, scrive:

è importante sapersi ascoltare, conoscere i propri desideri, i propri pensieri, i propri sogni. Ascoltare la propria coscienza, questa è la regola d'oro. Fa' in modo che le tue scelte siano guidate dall'autenticità della tua coscienza, che coincide con la tua profonda identità, che non deve essere manipolata. Di fatto è sempre in qualche modo manipolata dalla pubblicità, dai compagni, da tutte le cose che invadono la nostra persona; ma tu cerca di essere libero dai condizionamenti per sentire la voce profonda di te stesso. Poi viene la maturazione verso qualcosa di bello: voglio fare il medico, il magistrato, l'educatore… questo avverrà certamente. Ma lo stile deve essere questo! Di rispetto verso l'identità profonda di se stessi che è la coscienza. (p. 21)

Entra nel salesiani per una birichinata: suonare il campanello dell'Oratorio che era sulla strada della scuola e scappare, finché fu beccato e invitato a entrare. Poi una confessione e la conversione dall'insulsaggine della sua vita, come lui stesso dice. Nell'Oratorio salesiano imparò e iniziò a fare azione caritatevole, e da lì sorse naturale la vocazione.

I genitori reagirono molto male alla sua vocazione di salesiano e missionario, e si opposero per due anni: 1934-36. Dovette partire per l'aspirantato di Gaeta senza la benedizione paterna. Poi noviziato in Piemonte e primi voti religiosi: settembre 1938 (17 anni).

Sugli studi universitari di filosofia scrive:

Considero questo periodo il più importante del mio iter formativo, perché modellò la mia forma mentis. Mi inculcò i grandi valori di un'esistenza adulta: libertà di pensiero, sana laicità, democrazia, antifascismo, rispetto e valorizzazione dei così detti "eretici" e "diversi", amore della verità, un certo ridimensionamento dell'autorità, anche quella religiosa.

Sciusci&agrve;

Finita la guerra, viene a Roma a studiare teologia in Gregoriana. Così racconta della sua esperienza con gli sciuscià:

Fin dal primo anno venne affidata a noi salesiani, dal sostituto della Segreteria di Stato, mons. Giovanni Batista Montini (futuro papa e beato Paolo VI) una missione speciale: "Gli sciuscià". Erano i ragazzi di strada, i lustrascarpe (shoes shine). Chiesi di far parte del gruppo di salesiani, guidati da don Biavati, che dovevano iniziare la missione. Si trattava di trovare anzitutto un luogo dove accoglierli la notte. Ci misero a disposizione gli scantinati di un Istituto Statale, il "Giulio Cesare". Un giovane pittore rese splendidamente accoglienti i locali, dipingendovi a pieni colori, prati fioriti, splendide aurore, le stagioni, il giorno e la notte… un capolavoro! La Pontificia Commissione (U.N.R.R.A.) ci forniva l'arredamento e gli alimenti. Noi si doveva preparare la colazione del mattino, il pranzo e la cena. Erano circa trecento.

Perché si veda che l'azione sociale diretta, anche da parte della Santa Sede, non è iniziata con papa Francesco!

Si ordina sacerdote nella basilica del sacro Cuore a Roma, nel 1948 (27 anni).

Poi va in America Centrale come missionario (1948-1970), anche se si dedicherà all'insegnamento e sarà Ispettore (Superiore Provinciale) dell'Uruguay.


La nuova invenzione salesiana

Ritornato Don Michele dall'America, nel 1971 i Salesiani tenne a Roma un'Assemblea mondiale straordinaria, chiamata "Capitolo Generale Speciale XX". Nel n. 510 degli Atti si legge:

La Chiesa invita le comunità religiose ad organizzarsi secondo le nuove situazioni; ed a promuovere sperimentazioni per il rinnovamento della vita comunitaria e per l'aggiornamento della missione apostolica. [...] La novità di questo tipo di comunità è data, oltre che dal desiderio di un'intensa comunione tra le persone, anche dalla vocazione ad inserirsi in speciali ambienti di vita e di lavoro per attuare una testimonianza di carità e di animazione cristiana, specie tra gli emarginati sociali.

Nel 1972 i Salesiani dell'Italia Meridionale celebrarono la loro Assemblea, chiamata "Capitolo Ispettoriale Speciale", per recepire le indicazioni del Capitolo Generale Speciale XX. In quell'assemblea fu approvata la delibera n. 19 che recita:

Pensiamo che siano maturi i tempi perché la comunità ispettoriale arrivi alla sperimentazione di qualche "Piccola Comunità". In essa, per esistere, le relazioni interpersonali devono essere intense e profonde, deve essere preoccupata per l'evangelizzazione dei giovani più poveri, in una testimonianza di fraternità e povertà più evidenti.

Poi nei numeri seguenti si chiarisce il senso di questa deliberazione, con affermazioni che anche oggi sono di estrema attualità:

  • sulla linea della "missione": la piccola comunità vuol essere la missione degli avamposti, particolarmente difficili e bisognosi. ⇒ periferie esistenziali
  • sulla linea della "comunità": la piccola comunità, per esistere e vivere, deve necessariamente essere fraternità a tutta prova, dove le relazioni interpersonali siano intense e profonde. ⇒ primato della comunione
  • sulla linea della "istituzione": la piccola comunità mette in evidenza particolarmente l'aspetto di flessibilità e di adattabilità in una Congregazione, per cui non è possibile configurare una "forma comune" di organizzazione della piccola comunità. Costringerla in schemi istituzionali e ufficiali è toglierle il dinamismo e l'efficienza. ⇒ creatività e libertà

Nel 1973, si offre volontario, insieme con don Nicola Palmisano, per una esperienza di piccola comunità. Questa "nuova presenza salesiana" nasceva come "missione" nella parrocchia Sacro Cuore, in un quartiere degradato della periferia di Foggia.

Subito dedicarono la casa canonica a Scuola Popolare, e andarono a vivere in una baracca, a cento metri della chiesa. Presto, ai due salesiani si unirono altri tre, "pietre scartate" dall'istituzione: don Michele Mongiello, don Gerardo Russo e don Giorgio Pratesi. Vissero 11 anni, nella baracca con sole due stanze, accogliendo anche i transeunti. Svolgendo azione educativa a sociale a tutto tondo. Fra i giovani collaboratori c'era anche Linda Giuva, moglie di Massimo D'Alema.

Di fronte alle solite accuse di "sbilanciarsi troppo sul sociale", don De Paolis spiega:

Credo che questo denoti una grave ignoranza del messaggio evangelico. Gesù non ha costruito il "Regno di Dio" nel tempio, nelle complesse liturgie dsacrali dei sommi sacerdoti, ma fra la gente, sanando e consolando tutti, e cancellando la distinzione tra sacro e profano. (p. 94)


Comunità sulla strada di Emmaus

Emmaus

Da tutta questa attività sorse la esperienza di Emmaus: un gruppo di giovani, desiderosi di intraprendere una esperienza di vita comune, insieme a don Michele Mongiello, fondano la prima cooperativa agricola.

Allora, dalla provincia si ottenne la casa cantoniera in località Santa Tecchia (Manfredonia), che dopo ristrutturata accolse don Mongiello e un gruppo di giovani volontari, che lasciarono le proprie famiglie: universitari appena laureati puntualmente disoccupati, coppie di fidanzatini, ecc. Così l'8 dicembre 1978 iniziò Emmaus, con la benedizione del vescovo di Foggia e dell'ispettore salesiano.

Da queste basi matura una nuova consapevolezza. La possibilità per giovani e famiglie di aderire a una comunità per vivere in piena condivisione gli ideali evangelici. I valori fondanti sono, oggi come allora: pregare insieme, lavorare insieme. Condividere la vita e accogliere chi è nel bisogno.

Divenuta piccola per le attività, la casa cantoniera (Emmaus 1), nel febbraio 1982 si prese in comodato d'uso dalla Fondazione Siniscalco-Ceci un terreno di circa trenta ettari in località Torre Guiducci. La casa colonica era più piccola della cantoniera, così si ricorse alle baracche di legno dei terremotati del Friuli. Con quelle si creò l'attuale piazza del Villaggio Emmaus, disponendo sette baracche intorno ad una piazza, e una monocamera – appartenuta ad una vecchietta – che divenne la cappella, la "porziuncola" di Emmaus, ancora esistente.

Nel 1984, i preti che erano rimasti in parrocchia, lasciarono questa per andare ad Emmaus 2. Si creò così la comunità di vita, dove i fidanzati, ormai sposati, formarono le famiglia che, insieme ai preti, costituirono e costituiscono ancora oggi, la Comunità di Emmaus.


Una proposta di vita alternativa

Da allora la comunità Emmaus accoglie giovani in difficoltà offrendo loro un'esperienza di vita alternativa, fondata sui valori della non-violenza, della solidarietà, della semplicità evangelica, valori che vengono vissuti concretamente dalla comunità di vita e dai tanti volontari che collaborano nel territorio foggiano. Diventa così punto di riferimento di tutta la città per le caratteristiche di "accoglienza" incondizionata nella semplicità per la promozione di una cultura e prassi di liberazione, all'insegna della "non-violenza evangelica", ispirata all'opera di don Bosco e di don Milani.


Comunità di vita: accoglienza e condivisione

  • È una cosa nuova dal sapore antico: un gruppo di famiglie, singoli e preti salesiani decidono di formare una comunità di vita: promuovere interventi di accoglienza, con lo stile di D. Bosco, per i giovani più svantaggiati in un clima di famiglia. Nella scelta sono coinvolti pienamente i figli, che sono cresciuti e crescono in un ambiente spesso considerato dall'esterno "a rischio".
  • È una comunità fraterna: dove ci si sforza di vivere relazioni autentiche, superando la paura dell'altro, accogliendosi come si è e perdonandosi reciprocamente.
  • È una comunità solidale e di vita semplice: si mette in una cassa comune parte dei proventi del lavoro, stipendi e pensioni, per i bisogni emergenti di tutti. Si vive con dignità e sobrietà, avendo scelto di non accumulare.
  • Ci si basa su un rapporto di tipo paritario tra laici e consacrati: vita, missione, responsabilità sono pienamente condivise nel quotidiano, promuovendo l'azione educativa, secondo lo spirito e il metodo di D. Bosco.


Progetto Emmaus

Ovviamente, la comunità di Emmaus ha una missione, chiamata Progetto Emmaus, di cui è titolare l'Associazione "Comunità sulla strada di Emmaus – ONLUS".

Queste sono le opere:

Villaggio Emmaus

Situato in località Torre Guiducci, si compone di trenta ettari di terreno e un piccolo borgo attorniato da ampi spazi verdi.

Vi sono due piazze intorno alle quali ci sono:

  • palazzine dove vivono volontari e accolti nella comunità;
  • piccole casette destinate all'accoglienza di accolti nella prima fase di inserimento;
  • in alcune casette vi sono camere multiple con bagno in camera e un refettorio per circa 40 persone destinate all'ospitalità di gruppi e singoli che vogliono fermarsi da noi per qualche giorno;
  • 3 aule per le attività di formazione e una di queste è aula informatica;
  • Una chiesa grande dove ogni domenica viene celebrata l'Eucarestia;
  • Una piccola chiesetta in legno. è la memoria visibile del primo insediamento costituito da otto baracche dei terremotati del Friuli in fase di dismissione, che furono donate nel 1983. Ogni mattina avviene la celebrazione dell'Eucarestia;
  • è stata allestita una masseria didattica, riconosciuta dalla Regione Puglia, con cavalli, mucche, capre, pecore, e tante altre specie di animali.
  • Vi è una falegnameria, un bottega artistica e altri laboratori artigianali. Vi sono inoltre ampi spazi per il tempo libero, la biblioteca e un campetto di calcio.

I terreni sono coltivati a coltivazione biologica e svetta una piccola pala eolica, dai cui ricavi si è avviato un processo di trasformazione ecologica di tutto il villaggio (installazione di pannelli solari, recupero delle acque reflue, risistemazione degli ambienti, forme di riscaldamento a biomassa).

Ogni terzo giovedì alle ore 20,30 i soci e gli amici l'associazione si incontrano per pregare insieme presso la piccola cappella dell'Oratorio Salesiano della Parrocchia del Sacro Cuore in Foggia./p>

Ogni mese la Comunità di Vita organizza un ritiro mensile al Villaggio Emmaus per gli accolti e per gli abitanti del villaggio./p>

Si sono inoltre costituiti due gruppi di approfondimento della Parola di Dio:

  • il Gruppo Shalom – Nato sulla scia e le finalità del Centro Studi biblici "Vannucci", del P. Alberto Maggi, che da più di vent'anni si impegna a divulgare, in forma comprendibile da tutti, gli aggiornamenti esegetici sui testi originali del Vangelo, per evitare che questi restino patrimonio solo degli studiosi e del clero, arricchendo così arricchito i laici di una più profonda conoscenza del mistero e di una prassi più gioiosa della propria fede.
  • La seconda domenica di ogni mese, il gruppo riuniva finora attorno a Don Michele De Paolis più di cinquanta persone desiderose di conoscere meglio il messaggio di Gesù.

Casa del giovane

Iniziata da Don Gerardo Russo, salesiano di don Bosco, è un centro di aggregazione giovanile sito di fronte al Parco San Felice nella città di Foggia. A ridosso dei quartieri Borgo Croci e Candelaro dove è alta la problematica dei ragazzi a rischio. Ha come obiettivo quello di lavorare per la prevenzione primaria, creando cioè occasione di crescita culturale per i ragazzi e i giovani della città. è frequentata da oltre 250 ragazzi e giovani per le attività di accompagnamento scolastico, animazione, laboratori di musica e teatro, e attività sportive.

Villaggio Don Bosco

Don Michele De Paolis è sempre stato promotore di iniziative e di progetti in favore dei giovani in condizioni di disagio, l'ultimo dei quali è il "Villaggio Don Bosco", inaugurato nel 2010.

Il progetto nasce nell'anno 2000: accogliere i minori stranieri che a frotte arrivavano in Italia. Sfuggivano a situazioni di estrema miseria, a guerre e a trattamenti persecutori. Contiene proposte di forme nuove di accoglienza, con risposte articolate, fortemente caratterizzate da interventi educativi. Presentato al tavolo "Emergenza Puglia", fu finanziato dalla Presidenza del Consiglio del Governo D'Alema.

Sorge a pochi chilometri da Foggia, in agro di Lucera ed è formato da tre ridenti borgate, immerse nel verde, con "grappoli di case" attorno a spazi di comune incontro; un ampio auditorium, con teatro esterno annesso, per 300 persone; un centro polifunzionale con aule per la formazione, spazi laboratori, biblioteca e centro di documentazione; un laboratorio didattico per le energie alternative; una pala eolica ben visibile già dalla statale Foggia Lucera; circondato da un amplio frutteto di circa duemila piante.

L'idea del villaggio nasce dal voler ricercare nuove forme di convivialità che siano risposte concrete all'isolamento in cui viviamo. Il fatto che famiglie decidono di condividere un percorso della loro vita per accogliere ragazzi in difficoltà prevede una circolarità dei processi educativi che interroga l'attuale organizzazione familiare sempre più spinta verso l'isolamento.

Il villaggio non si vuole caratterizzare come un contenitore del disagio giovanile e/o adolescenziale. Vuole invece rappresentare per la comunità civile e sociale un punto di riferimento culturale, un laboratorio di pensiero ed azione nel campo educativo, con particolare riferimento alla qualità della vita familiare e relazionale. Si presenta come uno spazio aperto, dove coppie in crisi e famiglie in difficoltà possano ritrovare il significato del proprio rapporto e della propria esistenza, condividendo per brevi periodi con altri le difficoltà e delle sofferenze che la vita riserva.

Volendo rispondere alla domanda di minori stranieri, il villaggio si propone come uno spazio multietnico, dove sperimentare la scoperta e la valorizzazione della diversità. La società di fatto si avvia a divenire convivenza di molteplici etnie, e raramente ci sono luoghi di reale confronto costruttivo tra culture e modi di vivere diversi.

Il Villaggio ha la vocazione di divenire un Centro di Studi, collegato con le Università del territorio, per orientare gli interventi educativi a favore di minori; offrendo opportunità di corsi formativi e di aggiornamento per genitori, insegnanti e operatori sociali; formazione permanente per famiglie e singoli; palestra per tirocini pratici degli studenti della Facoltà di Scienze dell'Educazione.

Le attività di accoglienza vengono realizzate in stretta collaborazione con gli Assessorati ai Servizi Sociali del territorio e con il Tribunale dei Minori.

Una delle ultime realizzazioni di Emmaus è la fondazione del gruppo AGeDO di Foggia, nato nel 2010 e fondato da Gabriele Scalfarotto, da p. Dino D'Aloia e da p. Michele De Paolis, l'uno creatore di Casa Eirene, un centro d'accoglienza per persone disadattate, l'altro storico ideatore ed instancabile animatore della Comunità Emmaus di Foggia: "Don Michele e don Dino, due preti scomodi, amati dai più umili. Circondati da emarginati dignitosi e da volontari, si sono subito resi disponibili a sostenere questo ateo rispettoso (Gabriele. N.d.a.), intento in una dura battaglia sui diritti del popolo LGBT e con lui a combatterla e a vincerla".
D. Michele: "Oggi l'atteggiamento della Chiesa nei confronti degli omosessuali è severo, disumano e crea tanta sofferenza, affermando che l'omosessualità è peccato".


Morte e testimonianze

Il 30 ottobre 2014 muore don Michele De Paolis, fondatore di Emmaus. Il suo fisico, ormai debilitato dopo l'ischemia che l'aveva colpito giorni fa, non ha retto e don Michele spira all'età di 93 anni.

I funerali sono stati celebrati venerdì 31 ottobre la Chiesa dei Santi Guglielmo e Pellegrino.

Lo amavano in molti e lo odiavano in pochi. Lo amavano perfino i non credenti e lo odiavano perfino i fedelissimi. Fedelissimo di un credo così ambiguo da una parte e così semplice e caritatevole dall'altra. Per chi ci crede e per chi no. Don Michele De Paolis era così: caritatevole. Aveva fondato Emmaus, dove ospitava giovani che avevano avuto la sfortuna di incrociarsi con la droga. Ospitava le famiglie povere e i reietti di quella società che va in chiesa la domenica, stringendo i palmi delle mani per chiedere solo per se stessi e mai per gli altri. Un dovere, non una fede. Era un 'don' diverso lui. Negli anni settanta e ottanta ha vissuto nel quartiere di Candelaro, quando lì c'erano solo baracche. E una baracca era anche la sua casa e quella di don Tonino Intiso con cui divideva i muri, le finestre, il freddo e il caldo. Come passarsi una borraccia piena d'acqua tra i pezzi di montagna. Per undici lunghi anni don Michele ha accolto lì i suoi fedeli. Voleva stare vicino ai poveri. Per farlo doveva vivere le loro paure, i loro traumi, le loro sofferenze. Da lì l'idea di Emmaus che oggi, in una terra così egoista e indigente, rimane una cattedrale in un deserto di solidarietà e carità. Una cattedrale voluta da lui. Era criticato dai suoi 'colleghi' con i cappelli rossi, quelli che vanno in conclave per decidere chi di loro deve prendersi quello bianco. Troppo all'avanguardia. Troppo lontano dai dogmi di una chiesa lenta a crescere, lenta ad interpretare i veri voleri di Dio. Quasi a non volerli riconoscere. Pochi. Pochissimi. E lui lo aveva capito. Come lo aveva capito Papa Francesco che quando l'ha incontrato ha voluto baciargli le mani. Aveva 93 anni travestiti da 25. Diceva messa nei pub, in mezzo ai vigneti, nelle case, nelle scuole e trasmetteva messaggi all'avanguardia. Messaggi che neanche tra due vite capiremo. Chi lo amava, lo amava per questo. Chi lo odiava, lo odiava per lo stesso motivo. Aveva superato le frontiere legate all'omosessualità, alla famiglia del Mulino Bianco. Lui semplicemente aveva capito che tutto ciò che esiste è fragile e va difeso fino alla morte come faceva lui. Una sera di due anni fa, durante uno dei suoi incontri con i più giovani, una ragazza gli disse che si vergognava di lui. Gli disse che non avrebbe dovuto indossare l'abito perché difendeva i diritti degli omosessuali. Lei fu molto dura. Avrà avuto poco più di vent'anni. Lui ne aveva già più di 90 e rispose: "Mia cara, non mi aspetto che tu capisca adesso, ma sappi che Dio ama tutti alla stessa maniera e che lui ha scelto per noi chi essere".


Alcuni pensieri

"Non è possibile riassumere gli anni. La vita non è un racconto. Posso solo dire che dal momento in cui il Signore si è degnato di chiamarmi, ho sempre avvertito accanto a me la sua tenerezza di Padre".

"Mi sento laico, umile credente, sempre in ricerca, prete per un servizio disponibile, disinteressato, gratuito nella comunità cristiana e nella società, accanto agli ultimi. Anticlericale, cioè non appartenente a una casta, ad una categoria; non funzionario della religione. Cercando di dare pace e gioia alle persone che si trovano a vivere nelle situazioni più drammatiche dell'esistenza: non credenti, separati, divorziati, incappati nell'aborto, omosessuali, disperati, la moltitudine degli esclusi. Cercando lume nel Vangelo sui temi discussi nella Chiesa, come il celibato dei preti, il sacerdozio delle donne, la pedofilia, la malattia e il fin di vita".

(Dal suo profilo facebook)

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Così risponde d. Michele a chi gli chiede qual è il suo posto nella chiesa:

Penso di essere un cristiano "adulto", come diceva Prodi, con buona pace di Ruini. Amo la chiesa. è nostra madre; essa mi ha generato, mi sento parte di essa e vedo con tenerezza (non con sufficienza!) le rughe del suo volto. Contemplo con ammirazione adorante l'opera misteriosa dello Spirito, che continua a raccogliere nel Corpo di Cristo popoli di ogni tribù e di ogni lingua. Mi piace tanto la bellissima preghiera allo Spirito Santo di don Tonino Bello:

Donaci la gioia di capire che tu non parli solo dai microfoni delle nostre Chiese. Che nessuno può menar vanto di possederti. E che, se i semi del Verbo sono diffusi in tutte le aiuole, è anche vero che i tuoi gemiti si esprimono nelle lacrime dei maomettani e nelle verità dei buddisti, negli amori degli indù e nel sorriso degli idolatri, nelle parole buone dei pagani e nella rettitudine degli atei.

Come vedi, non condivido fondamentalismi di nessun tipo. Ho vissuto con intensa gioia il miracolo di Papa Giovanni XXIII°, e la primavera del Concilio Vaticano II. Mi dà tanta tristezza il gelo di stagioni che non permettono la piena fioritura dei suoi boccioli profumati di Vangelo; ma so attendere i tempi di Dio e sono sicuro, con Martini, "che lo Spirito c'è anche oggi, come ai tempi di Gesù e degli apostoli […] sta giocando, nell'invisibilità e nella piccolezza, la sua battaglia vittoriosa!". Insomma il mio posto nella chiesa è questo cantuccio insignificante di Foggia, dove vivo con gioia e libertà la mia fede. Non adoro il diritto canonico, ma ne comprendo l'utilità, come è utile lo scheletro per un bel corpo. Ascolto con rispetto e attenzione i pronunciamenti dell'Autorità ecclesiastica, ma non rinuncio all'analisi e al giudizio della mia coscienza. Non posso fare a meno di dissentire, quando mi sembra che essa stia barattando la profezia con un po' più di potere; quando si chiude in silenzi colpevoli, nei momenti in cui bisognerebbe alzare la voce contro i potenti di turno. […] Faccio mia questa bella preghiera di d. Tonino Bello:

Santa Maria, donna di parte, noi ti preghiamo per la Chiesa di Dio, che, a differenza di te, fa ancora fatica ad allinearsi coraggiosamente coi poveri. In teoria essa dichiara 'l'opzione preferenziale' in loro favore. In pratica rimane spesso sedotta dalle manovre accaparratrici dei potenti […] Aiutala a uscire dalla sua pavida neutralità. Dalle la fierezza di riscoprirsi coscienza critica delle strutture di peccato che schiacciano gli indifesi e respingono a quote subumane i due terzi del mondo.


La Chiesa e gli omosessuali

Testimonianza di don Michele De Paolis, SDB, fondatore di Emmaus Foggia e co-fondatore di AGeDO Foggia

Sono stupito del fatto che molti uomini di chiesa (...) ignorano completamente il fenomeno dell'omosessualità, che ormai la scienza ha chiarito in modo inequivocabile: l'orientamento omosessuale non viene scelto liberamente dalla persona.

Il ragazzo o la ragazza si scoprono così: è un orientamento profondamente radicato nella personalità, che costituisce un aspetto essenziale della propria identità: non è una malattia, non è una perversione. Il ragazzo o la ragazza omosessuali possono dire a Dio: "Tu ci hai fatto così!". Le connotazioni individuali di ciascuno di noi e che provengono dalla natura, sono un fatto, non una scelta, come la statura, il colore della pelle, la forma del naso, la pigmentazione della pupilla. E anche gli impulsi sessuali: sono componenti dell'identità di ciascuno; non sono malattie, non sono peccato. Non c'entrano niente la volontà e le libere scelte della persona e quindi l'etica, il bene o il male. Anzi ogni persona deve amare e difendere la propria identità, deve valorizzare tutte le componenti del suo essere, crescere nell'amore, nell'amicizia, nel piacere di essere se stessi e raggiungere la propria maturità. Questa è la volontà di Dio, perché Dio vuole la felicità per ciascuno dei suoi figli.

Oggi l'atteggiamento della Chiesa nei confronti degli omosessuali è severo, disumano e crea tanta sofferenza, affermando che l'omosessualità è peccato. Meno male che la dottrina del magistero è in evoluzione. Alcune persone di chiesa dicono: "Va bene essere omosessuali, ma non debbono avere rapporti, non possono amarsi!" è la massima ipocrisia. è come dire a una pianta che cresce: "Tu non devi fiorire, non devi dar frutto!". Questo sì, è contro natura!

Mi dà tristezza l'insensibilità e la durezza nei confronti di tanti fratelli e sorelle omoses¬suali. Con un'incredibile miopia, si riduce una persona ai suoi impulsi sessuali e si mette tra parentesi tutto quello che invece fa di un essere umano una "persona": il suo pensiero, i suoi sentimenti, le sue aspirazioni, le sue speranze, i suoi sogni, la sua sete di Assoluto. Le persone omosessuali sono persone a tutto tondo. Persone! Sono figli e figlie di Dio, amati da lui, che desidera per loro solo che siano felici.

Mi dà scandalo la durezza di molti uomini di chiesa nei confronti dei genitori che scoprono l'omosessualità dei propri figli; o di quelle persone che, dopo sposate, scoprono l'omoses¬sua¬lità del proprio partner. Queste persone dovrebbero essere sorrette e accompagnate a supe¬rare le loro paure, i loro pregiudizi, il dramma dei loro vissuti e guidate con amore, pian piano, ad accettare con gioia la diversa identità dei propri cari. E invece dalla Chiesa sono lasciati soli.

Vi confesso che anch'io all'inizio avevo i miei pregiudizi. Poi ho studiato e ho capito. Successivamente ho cercato di entrare nella logica del Vangelo; ho voluto guardare le cose dalla parte di Dio. Ho capito che il Padre non esclude dal suo amore nessuno dei suoi figli e non valuta la persona in base ai suoi impulsi sessuali, che sono dotazioni di natura e non scelta volontaria.

Gesù, alla famiglia, privilegia la comunità, cioè lo stare insieme per libera scelta, per amore. Dove c'è amore, lì c'è Dio. Se tra due persone c'è vero amore (fatto non solo di eros, ma anche di filìa, e soprattutto di agape), cioè dono reciproco di sé, per cui si ricercano l'un l'altro, si vanno conoscendo gradualmente con stupore, si sostengono, si perdonano, si impegnano in un comune progetto di vita; bene, dove c'è questa qualità di amore, lì c'è Dio.

Secondo me la Chiesa dovrebbe essere "spiaggia dolcissima per tutti gli esclusi" come la definiva Tonino Bello. Nella parabola del Buon Samaritano, narrata da Gesù, mentre il sacerdote e il levita passano oltre e non aiutano il malcapitato ferito dai briganti, che giaceva al margine della strada, lui, l'eretico, il Samaritano gli si fa prossimo, lo cura, lo carica sul suo giumento e lo porta alla locanda. Questo luogo, nel testo greco, ha un nome meraviglioso "pandochèion", che significa letteralmente luogo che accoglie tutti: I Padri dei primi secoli vi hanno visto il simbolo della chiesa, luogo che dovrebbe accogliere tutti gli esclusi.

Mi domando: perché non lo è per gli omosessuali? Dovrebbe dimostrare una tenerezza maggiore per questi suoi figli che già vivono una situazione sociale, purtroppo ancor oggi, non facile e che non meritano di essere respinti anche da chi opera nel nome di Gesù