La Sorgente

Essere decentrati - una Chiesa in uscita


Incontro di Sabato 24 Maggio 2014


Autoreferenzialità e clericalismo secondo papa Francesco

Per capire la critica dell'autoreferenzialità della Chiesa e dell'atteggiamento clericale che ne deriva, secondo il pensiero del Papa, bisogna prima capire la sua idea di fede "come un cammino, una strada da percorrere, aperta dall'incontro con il Dio vivente. […] Il Decalogo - scrive in Lumen Fidei - non è un insieme di precetti negativi, ma di indicazioni concrete per uscire dal deserto dell'"io" autoreferenziale, chiuso in se stesso, ed entrare in dialogo con Dio, lasciandosi abbracciare dalla sua misericordia per portare la sua misericordia" (Enc. "Lumen Fidei", 46).
Questo dialogo con Dio, questo abbraccio divino può farci uscire da noi stessi, dal nostro centro, e spingerci verso l'altro, verso la missione: "Lo Spirito Santo ci fa entrare nel mistero del Dio vivente e ci salva dal pericolo di una Chiesa gnostica e di una Chiesa autoreferenziale, chiusa nel suo recinto; ci spinge ad aprire le porte per uscire, per annunciare e testimoniare la vita buona del Vangelo, per comunicare la gioia della fede, dell'incontro con Cristo. […] Lo Spirito Santo ci fa vedere l'orizzonte e ci spinge fino alle periferie esistenziali per annunciare la vita di Gesù Cristo" (Ai movimenti, Pentecoste, 19 maggio 2013, n. 3). Il discepolo 'decentrato' non guarda più il suo ombelico, ma Colui che lo ama e che lo chiama, e coloro ai quali egli è inviato.


Riguardo a Dio, autoreferenzialità è ...

1. pensare che Dio parli solo con parole "religiose", dimenticando che Egli ha lasciato un bellissimo libro su se stesso nel Creato e nell'uomo, la sua opera più perfetta, perciò tutto ciò che è semplicemente umano parla di Dio, è teologia.

Per cercare Dio in tutte le cose, in tutti i campi del sapere, dell'arte, della scienza, della vita politica, sociale ed economica sono necessari studio, sensibilità, esperienza. Alcune delle materie che trattate possono anche non avere relazione esplicita con una prospettiva cristiana, ma sono importanti per cogliere il modo in cui le persone comprendono se stesse e il mondo che le circonda. […] È necessario avere una particolare attenzione nei confronti della verità, della bontà e della bellezza di Dio, che vanno considerate sempre insieme, e sono preziosi alleati nell'impegno a difesa della dignità dell'uomo, nella costruzione di una convivenza pacifica e nel custodire con cura il creato. Da questa attenzione nasce il giudizio sereno, sincero e forte circa gli avvenimenti, illuminato da Cristo. Grandi figure come Matteo Ricci ne sono un modello. Tutto questo richiede di mantenere aperti il cuore e la mente, evitando la malattia spirituale dell'autoreferenzialità. Anche la Chiesa quando diventa autoreferenziale, si ammala, invecchia. Il nostro sguardo, ben fisso su Cristo, sia profetico e dinamico verso il futuro: in questo modo, rimarrete sempre giovani e audaci nella lettura degli avvenimenti! (Alla comunità di scrittori di "La Civiltà Cattolica", 14 luglio 2013).
La comprensione dell'uomo muta col tempo, e così anche la coscienza dell'uomo si approfondisce. Pensiamo a quando la schiavitù era ammessa o la pena di morte era ammessa senza alcun problema. Dunque si cresce nella comprensione della verità. Gli esegeti e i teologi aiutano la Chiesa a maturare il proprio giudizio. Anche le altre scienze e la loro evoluzione aiutano la Chiesa in questa crescita nella comprensione. … Quando una espressione del pensiero non è valida? Quando il pensiero perde di vista l'umano o quando addirittura ha paura dell'umano o si lascia ingannare su se stesso. … Il pensiero della Chiesa deve recuperare genialità e capire sempre meglio come l'uomo si comprende oggi per sviluppare e approfondire il proprio insegnamento (Intervista a "La Civiltà Cattolica").

2. vedere il mondo solo con gli occhi del pregiudizio teologico, senza vera attenzione a ciò che succede, soprattutto al mistero della vita reale della gente; è l'indifferenza verso la sofferenza reale delle persone

I due discepoli di Emmaus scappano da Gerusalemme. Si allontano dalla "nudità" di Dio. Sono scandalizzati dal fallimento del Messia nel quale avevano sperato e che ora appare irrimediabilmente sconfitto, umiliato, anche dopo il terzo giorno (Lc 24, 17-21). Il mistero difficile della gente che lascia la Chiesa; di persone che, dopo essersi lasciate illudere da altre proposte, ritengono che ormai la Chiesa - la loro Gerusalemme - non possa offrire più qualcosa di significativo e importante. E allora vanno per la strada da soli, con la loro delusione. Forse la Chiesa è apparsa troppo debole, forse troppo lontana dai loro bisogni, forse troppo povera per rispondere alle loro inquietudini, forse troppo fredda nei loro confronti, forse troppo autoreferenziale, forse prigioniera dei propri rigidi linguaggi, forse il mondo sembra aver reso la Chiesa un relitto del passato, insufficiente per le nuove domande; forse la Chiesa aveva risposte per l'infanzia dell'uomo ma non per la sua età adulta. […] Serve una Chiesa in grado di far compagnia, di andare al di là del semplice ascolto; una Chiesa che accompagna il cammino mettendosi in cammino con la gente; una Chiesa capace di decifrare la notte contenuta nella fuga di tanti fratelli e sorelle da Gerusalemme; una Chiesa che si renda conto di come le ragioni per le quali c'è gente che si allontana contengono già in se stesse anche le ragioni per un possibile ritorno (All'Episcopato Brasiliano, 27 luglio 2013).
Io ho una certezza dogmatica: Dio è nella vita di ogni persona, Dio è nella vita di ciascuno. Anche se la vita di una persona è stata un disastro, se è distrutta dai vizi, dalla droga o da qualunque altra cosa, Dio è nella sua vita. Lo si può e lo si deve cercare in ogni vita umana. Anche se la vita di una persona è un terreno pieno di spine ed erbacce, c'è sempre uno spazio in cui il seme buono può crescere. Bisogna fidarsi di Dio (Intervista a "La Civiltà Cattolica").


Riguardo alla Fede, autoreferenzialità è ...

1. pensare la fede come pratica religiosa (precetti) fine a se stessa invece che come incontro con Cristo che trasforma.

L'ideologizzazione psicologica è un'ermeneutica elitaria che, in definitiva, riduce l'"incontro con Gesù Cristo" e il suo ulteriore sviluppo, a una dinamica di autoconoscenza. Si è soliti fornirla principalmente in corsi di spiritualità, ritiri spirituali, ecc. Finisce col risultare un atteggiamento immanente autoreferenziale. Non sa di trascendenza e, pertanto, di missionarietà (Ai responsabili del C.E.L.A.M., 28 luglio 2013).
Se il cristiano è restaurazionista, legalista, se vuole tutto chiaro e sicuro, allora non trova niente. La tradizione e la memoria del passato devono aiutarci ad avere il coraggio di aprire nuovi spazi a Dio. Chi oggi cerca sempre soluzioni disciplinari, chi tende in maniera esagerata alla "sicurezza" dottrinale, chi cerca ostinatamente di recuperare il passato perduto, ha una visione statica e involutiva. E in questo modo la fede diventa una ideologia tra le tante (Intervista a "La Civiltà Cattolica").
La Chiesa a volte si è fatta rinchiudere in piccole cose, in piccoli precetti. La cosa più importante è invece il primo annuncio: "Gesù Cristo ti ha salvato!". E i ministri della Chiesa devono innanzitutto essere ministri di misericordia. Il confessore, ad esempio, corre sempre il pericolo di essere o troppo rigorista o troppo lasso. Nessuno dei due è misericordioso, perché nessuno dei due si fa veramente carico della persona. Il rigorista se ne lava le mani perché lo rimette al comandamento. Il lasso se ne lava le mani dicendo semplicemente "questo non è peccato" o cose simili. Le persone vanno accompagnate, le ferite vanno curate" (Intervista a "La Civiltà Cattolica").


2. dimenticare la freschezza del primo annuncio per passare direttamente alla moralizzazione delle persone. È più facile infatti dare (e ricevere) norme e leggi che lasciare che sia il cuore a capire e convertirsi.

Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L'annuncio di tipo missionario si concentra sull'essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l'edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali. Dico questo anche pensando alla predicazione e ai contenuti della nostra predicazione. Una bella omelia, una vera omelia, deve cominciare con il primo annuncio, con l'annuncio della salvezza. Non c'è niente di più solido, profondo e sicuro di questo annuncio. Poi si deve fare una catechesi. Infine si può tirare anche una conseguenza morale. Ma l'annuncio dell'amore salvifico di Dio è previo all'obbligazione morale e religiosa. Oggi a volte sembra che prevalga l'ordine inverso. L'omelia è la pietra di paragone per calibrare la vicinanza e la capacità di incontro di un pastore con il suo popolo, perché chi predica deve riconoscere il cuore della sua comunità per cercare dove è vivo e ardente il desiderio di Dio. Il messaggio evangelico non può essere ridotto dunque ad alcuni suoi aspetti che, seppure importanti, da soli non manifestano il cuore dell'insegnamento di Gesù (Intervista a "La Civiltà Cattolica").
Le frontiere sono tante. Pensiamo alle suore che vivono negli ospedali: loro vivono nelle frontiere. Io sono vivo grazie a una di loro. Quando ho avuto il problema al polmone in ospedale, il medico mi diede penicillina e streptomicina in certe dosi. La suora che stava in corsia le triplicò perché aveva fiuto, sapeva cosa fare, perché stava con i malati tutto il giorno. Il medico, che era davvero bravo, viveva nel suo laboratorio, la suora viveva nella frontiera e dialogava con la frontiera tutti i giorni. Addomesticare le frontiere significa limitarsi a parlare da una posizione distante, chiudersi nei laboratori. Sono cose utili, ma la riflessione per noi deve sempre partire dall'esperienza" (Intervista a "La Civiltà Cattolica").


Riguardo alla Chiesa, autoreferenzialità è ...

1. considerare la comunità cristiana fine a se stessa, senza capire che è lievito, chiamato a sciogliersi per fermentare il mondo, vero obiettivo dell'amore di Dio: Dio infatti ha tanto amato il mondo, da dare suo Figlio … (Gv 3, 16). Il mondo è la fine, il Figlio/la Chiesa sono lo strumento.

Come stiamo trattando il popolo di Dio? Sogno una Chiesa madre e pastora. I ministri della Chiesa devono essere misericordiosi, farsi carico delle persone, accompagnandole come il buon samaritano che lava, pulisce, solleva il suo prossimo. Questo è Vangelo puro. Dio è più grande del peccato. … I ministri del Vangelo devono essere persone capaci di riscaldare il cuore delle persone, di camminare nella notte con loro, di saper dialogare e anche di scendere nella loro notte, nel loro buio senza perdersi. Il popolo di Dio vuole pastori e non funzionari o chierici di Stato. I vescovi, particolarmente, devono essere uomini capaci di sostenere con pazienza i passi di Dio nel suo popolo in modo che nessuno rimanga indietro, ma anche per accompagnare il gregge che ha il fiuto per trovare nuove strade (Intervista a "La Civiltà Cattolica").
La Chiesa è istituzione, ma quando si erige in "centro" si funzionalizza e un poco alla volta si trasforma in una ONG. Allora la Chiesa pretende di avere luce propria e smette di essere quel "misterium lunae" del quale ci parlano i Santi Padri. Diventa ogni volta più autoreferenziale e si indebolisce la sua necessità di essere missionaria. Da "Istituzione" si trasforma in "Opera". Smette di essere Sposa per finire con l'essere Ammini-stratrice; da Serva si trasforma in "Controllore". … una Chiesa Sposa, Madre, Serva, più facilitatrice della fede che controllore della fede (Ai responsabili del C.E.L.A.M., 28 luglio 2013).

2. dare priorità alle strutture, piuttosto che alla missione; la rigidità invece della creatività dello Spirito. Ma il centro non è la Chiesa, è Cristo e gli uomini ai quali egli ci manda. Il mondo è la fine, il Figlio/la Chiesa è lo strumento. Da qui l'abbondanza dei piani pastorali, degli esami di coscienza, dei conteggi di quanti siamo o quanti non siamo ecc.; da qui anche l'esclusione di chi non si adegua, la creazione delle élite.

Il discepolato missionario è vocazione: chiamata e invito. Si dà in un "oggi" però "in tensione". Non esiste il discepolato missionario statico. Il discepolo missionario non può possedere se stesso, la sua immanenza è in tensione verso la trascendenza del discepolato e verso la trascendenza della missione. Non ammette l'autoreferenzialità: o si riferisce a Gesù Cristo o si riferisce al popolo a cui si deve annunciare. Soggetto che si trascende. Soggetto proiettato verso l'incontro: l'incontro con il Maestro (che ci unge discepoli) e l'incontro con gli uomini che aspettano l'annuncio. Per questo mi piace dire che la posizione del discepolo missionario non è una posizione di centro bensì di periferie: vive in tensione verso le periferie… incluse quelle dell'eternità nell'incontro con Gesù Cristo. Nell'annuncio evangelico, parlare di "periferie esistenziali" decentra e abitualmente abbiamo paura di uscire dal centro. Il discepolo missionario è un "decentrato": il centro è Gesù Cristo, che convoca e invia. Il discepolo è inviato alle periferie esistenziali (Ai responsabili del C.E.L.A.M., 28 luglio 2013).
Questa Chiesa con la quale dobbiamo "sentire" è la casa di tutti, non una piccola cappella che può contenere solo un gruppetto di persone selezionate. Non dobbiamo ridurre il seno della Chiesa universale a un nido protettore della nostra mediocrità. E la Chiesa è Madre - prosegue -. La Chiesa è feconda, deve esserlo (Intervista a "La Civiltà Cattolica").



Riguardo al Mondo e alla Missione, autoreferenzialità è
...
il rifiuto di rischiare, andando verso il mondo, per paura che lo strumento (la Chiesa) si guasti o si danneggi.

Che ogni pastorale sia in chiave missionaria. Dobbiamo uscire da noi stessi verso tutte le periferie esistenziali e crescere in parresia. Una Chiesa che non esce, prima o poi si ammala nell'atmosfera viziata della sua chiusa. È anche vero che ad una Chiesa che esce le può capitare ciò che può capitare a chiunque esce per la strada: avere un incidente. Di fronte a questa alternativa, voglio dirvi francamente che preferisco mille volte una Chiesa incidentata ad una Chiesa ammalata. La malattia tipica della Chiesa chiusa è l'autoreferenziale; guardare se stessa, essere curva su se stessa come quella donna del Vangelo. È una sorta di narcisismo che ci conduce alla mondanità spirituale e al clericalismo sofisticato, e quindi ci impedisce di esperimentare "la dolce e confortante gioia di evangelizzare". […] Che il Signore ci liberi dal truccare il nostro episcopato con gli orpelli della mondanità, del denaro e del "clericalismo di mercato" (Lettera alla Conferenza Episcopale Argentina, 25 marzo 2013).
In questo momento di crisi non possiamo preoccuparci soltanto di noi stessi, chiuderci nella solitudine, nello scoraggiamento, nel senso di impotenza di fronte ai problemi. Non chiudersi, per favore! Questo è un pericolo: ci chiudiamo nella parrocchia, con gli amici, nel movimento, con coloro con i quali pensiamo le stesse cose… ma sapete che cosa succede? Quando la Chiesa diventa chiusa, si ammala, si ammala. Pensate ad una stanza chiusa per un anno; quando tu vai, c'è odore di umidità, ci sono tante cose che non vanno. Una Chiesa chiusa è la stessa cosa: è una Chiesa ammalata. La Chiesa deve uscire da se stessa. Dove? Verso le periferie esistenziali, qualsiasi esse siano, ma uscire. Gesù ci dice: "Andate per tutto il mondo! Andate! Predicate! Date testimonianza del Vangelo!" (cfr Mc 16,15). Ma che cosa succede se uno esce da se stesso? Può succedere quello che può capitare a tutti quelli che escono di casa e vanno per la strada: un incidente. Ma io vi dico: preferisco mille volte una Chiesa incidentata, incorsa in un incidente, che una Chiesa ammalata per chiusura! Uscite fuori, uscite! Pensate anche a quello che dice l'Apocalisse. Dice una cosa bella: che Gesù è alla porta e chiama, chiama per entrare nel nostro cuore (cfr Ap 3,20). Questo è il senso dell'Apocalisse. Ma fatevi questa domanda: quante volte Gesù è dentro e bussa alla porta per uscire, per uscire fuori, e noi non lo lasciamo uscire, per le nostre sicurezze, perché tante volte siamo chiusi in strutture caduche, che servono soltanto per farci schiavi, e non liberi figli di Dio? In questa "uscita" è importante andare all'incontro; questa parola per me è molto importante: l'incontro con gli altri. […] Ma noi dobbiamo andare all'incontro e dobbiamo creare con la nostra fede una "cultura dell'incontro", una cultura dell'amicizia, una cultura dove troviamo fratelli, dove possiamo parlare anche con quelli che non la pensano come noi, anche con quelli che hanno un'altra fede, che non hanno la stessa fede. Tutti hanno qualcosa in comune con noi: sono immagini di Dio, sono figli di Dio. (Veglia di preghiera con i movimenti, Pentecoste, 18 maggio 2013).