La Sorgente

Incontro di inizio anno


Incontro di Domenica 29 Settembre 2013



XXVI Domenica del tempo ordinario - anno C

1Guai agli spensierati di Sion e a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria! [...] 4Distesi su letti d'avorio e sdraiati sui loro divani mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla. 5Canterellano al suono dell'arpa, come Davide improvvisano su strumenti musicali; 6bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati, ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano. 7Perciò ora andranno in esilio in testa ai deportati e cesserà l'orgia dei dissoluti.

(Am 6,1.4-7)



Dal Salmo 145 (146)

Il Signore rimane fedele per sempre,
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri,
il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,

il Signore ama i giusti,
il Signore protegge i forestieri,
egli sostiene l'orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie dei malvagi.
Il Signore regna per sempre,
il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione.


Timòteo

11Ma tu, uomo di Dio, evita queste cose; tendi invece alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. 12Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni.
13Davanti a Dio, che dà vita a tutte le cose, e a Gesù Cristo, che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato, 14ti ordino di conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo, 15che al tempo stabilito sarà a noi mostrata da Dio,
il beato e unico Sovrano, il Re dei re e Signore dei signori, 16il solo che possiede l'immortalità e abita una luce inaccessibile: nessuno fra gli uomini lo ha mai visto né può vederlo.
A lui onore e potenza per sempre. Amen.

(1 Tm 6,11-16)


Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo Gesù disse ai farisei:

"C'era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. 20Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, 21bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.
22Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. 23Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. 24Allora gridando disse: "Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma".
25Ma Abramo rispose: "Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. 26Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi".
27E quello replicò: "Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, 28perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento". 29Ma Abramo rispose: "Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro". 30E lui replicò: "No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno". 31Abramo rispose: "Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti"".

(Lc 16,19-31)


Parabola del ricco che banchettava e il povero Lazzaro

Il contesto della pericope è la polemica di Gesù con i farisei a proposito del denaro. Dei farisei, maestri e osservanti della Legge, dice infatti Luca "che erano attaccati al denaro", e si beffavano di Gesù (v. 14). La parabola, quindi, è funzionale a smascherare la falsità della mentalità farisaica, non a offrire una lezione di escatologia. Le immagini che usa Gesù sono argomenti ad hominem, adatti cioè alla mentalità farisaica cui egli si rivolge. È importante capire questo per non trarre dalla parabola assurde conclusioni circa un presunto insegnamento di Gesù relativo all'aldilà. Bisogna quindi levarsi dalla mente l'idea che questa parabola dica qualcosa sul cielo, sull'inferno, sulla perdizione, sulla salvezza, sul premio o sul castigo. Non è questo l'orizzonte in cui si muove qui Gesù.

Ricchi e poveri

Secondo l'antica mentalità giudaica, l'essere ricco era segno di benedizione divina, mentre l'essere povero era prova di essere maledetti da Dio, dato che Dio premiava i buoni con la ricchezza e malediva i cattivi con la povertà.

Se tu obbedirai fedelmente alla voce del Signore tuo Dio - leggiamo nel Deuteronomio -, preoccupandoti di mettere in pratica tutti i suoi comandi che io ti prescrivo, […] verranno su di te e ti raggiungeranno tutte queste benedizioni: Sarai benedetto nella città e benedetto nella campagna. Benedetto sarà il frutto del tuo seno, il frutto del tuo suolo e il frutto del tuo bestiame; benedetti i parti delle tue vacche e i nati delle tue pecore. […] Il Signore tuo Dio ti concederà abbondanza di beni, quanto al frutto del tuo grembo, al frutto del tuo bestiame e al frutto del tuo suolo, nel paese che il Signore ha giurato ai tuoi padri di darti (Deut 28, 1-4.11).

E questa mentalità permarrà in alcuni libri sapienziali:

I beni del ricco sono la sua roccaforte, la rovina dei poveri è la loro miseria (Prov 10, 15).
La giustizia custodisce chi ha una condotta integra, il peccato manda in rovina l'empio. Riscatto della vita d'un uomo è la sua ricchezza, ma il povero non si accorge della minaccia. (Prov 13, 6.8).
Tuttavia … Meglio un povero di condotta integra che un ricco di costumi perversi (Prov 19, 1).

In realtà però questo modo di pensare era stato messo in crisi in Israele già secoli prima di Gesù. Il libro di Giobbe è l'esempio più lampante di come l'equazione 'Giustizia davanti a Dio = Felicità e benedizione' era in contrasto con l'esperienza della sofferenza degli innocenti (È la stessa cosa: egli fa perire l'innocente e il reo [Giobbe 9, 22]). Il pensiero classico viene così declassato a espressione di una idolatria.

Perciò i profeti fustigano fortemente coloro che pongono la loro sicurezza nel loro benessere e nella presenza vicina di Dio, rappresentata nel Tempio (cf. la lettura di Amos della liturgia odierna). Essi non crederanno infatti ai profeti che minacciano distruzione, e piuttosto li perseguiteranno e li uccideranno. La caduta di Gerusalemme e la successiva distruzione del Tempio segneranno però il fallimento definitivo di questa mentalità. D'allora in poi, spesso i profeti denunceranno che i ricchi sono piuttosto gli oppressori dei poveri, mentre questi sono gli amati e i prediletti di Dio. Leggiamo nei salmi:

Vedano gli umili e si rallegrino; si ravvivi il cuore di chi cerca Dio, poiché il Signore ascolta i poveri e non disprezza i suoi che sono prigionieri (Sal 69, 33s)
Ai miseri del suo popolo renderà giustizia, salverà i figli dei poveri e abbatterà l'oppressore (Sal 72, 4)
Egli libererà il povero che grida e il misero che non trova aiuto, avrà pietà del debole e del povero e salverà la vita dei suoi miseri. Li riscatterà dalla violenza e dal sopruso, sarà prezioso ai suoi occhi il loro sangue (Sal 72, 12ss)
So che il Signore difende la causa dei miseri, il diritto dei poveri (Sal 140, 13).

Finché si arriverà a identificare i poveri con i giusti:

Confidate nel Signore sempre, perché il Signore è una roccia eterna; perché egli ha abbattuto coloro che abitavano in alto; la città eccelsa l'ha rovesciata, rovesciata fino a terra, l'ha rasa al suolo. I piedi la calpestano, i piedi degli oppressi, i passi dei poveri. Il sentiero del giusto è diritto, il cammino del giusto tu rendi piano (Is 26, 4-7).
Hanno venduto il giusto per denaro e il povero per un paio di sandali (Amos 2, 6).

E alla fine saranno proprio i poveri il vero 'resto d'Israele':

Farò restare in mezzo a te un popolo umile e povero; confiderà nel nome del Signore il resto d'Israele (Sofonia 3, 12s).

Il culmine di questo cambio di prospettiva, si avrà nella confessione di fede di Maria nel Magnificat:

Ha spiegato (l'Onnipotente) la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi (Lc 1, 51ss).

I farisei però, che non hanno l'orecchio allenato ad ascoltare quella brezza soave che udì Elia sull'Oreb, e nella quale c'era Dio (cf. 1Re 19, 12), loro, che non fanno dunque parte del piccolo resto di Israele, ma rappresentano, invece, il vecchio ordine, non accettano questo stato di cose e si afferrano alla 'tradizione'. In questa maniera si chiudono alla novità di Gesù, e sostengono una visione distorta di Dio, che premia e castiga in maniera spietata.

D'altro canto, sostenere che ogni disgrazia materiale è frutto di una maledizione divina, che a sua volta costituisce il giusto castigo per i peccati, consente ai farisei di condannare tutti coloro che sono poveri, infermi, disgraziati. Il sistema, pertanto, consente, anzi, invita a ritenere impuri tutti quelli che non sono benedetti dalla fortuna. È una dinamica di esclusione, che ignora del tutto la misericordia, che chiude la porta alla salvezza, anche perché, si sa, chi è impuro non può accedere a Dio, che sarebbe l'unico che potrebbe eventualmente sanarlo e perdonarlo.

Questa mentalità giustifica anche l'ignorare i poveri e le loro necessità, come farà l'uomo ricco della parabola.

Nuovo ordine del Regno di Dio
La Legge e i Profeti fino a Giovanni;
da allora in poi viene annunziato il regno di Dio e ognuno si sforza per entrarvi. (Lc 16, 16)
Gesù è venuto a sconvolgere questo stato di cose, ad annunziare la novità del Regno di Dio; e lo ha fatto, nello stesso Vangelo di Luca, con la proclamazione delle beatitudini, dove si legge:
Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati.
Beati voi che ora piangete, perché riderete. […] Ma guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione. Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete (Lc 6, 20s.24s).

La parabola è il compimento delle beatitudini. Vediamola ora, come la racconta Gesù:

Un certo uomo, che era ricco …
e che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, ogni giorno si dava a lauti banchetti

Oggi potremmo dire che il ricco vestiva firmato da capo a piedi; la povertà interiore ha bisogno di esprimersi nel lusso esteriore. "E ogni giorno si dava a lauti banchetti", quindi aveva una fame insaziabile; è la fame interiore che crede di sopire ingurgitando dei cibi. L'unica descrizione che Luca da del ricco è questa, non si dice che - come a volte si pensa - questo ricco sia malvagio, cattivo, nulla di tutto questo. In effetti, Gesù non descrive il ricco come un malvagio, perché i farisei, suoi ascoltatori, rifiuterebbero in partenza l'impostazione stessa del racconto.

Un certo povero, chiamato Lazzaro …

Quattro volte si ripete nella pericope il nome di Lazzaro, nome che viene da Eleazaro e significa "Dio aiuta". È l'unica volta che un personaggio delle parabole ha un nome, e questo è già un segno della altissima dignità che questo povero ha agli occhi di Gesù. Il nome proprio, per la Bibbia, rappresenta il destino di chi lo porta. Attribuirlo qui al povero sta a significare che egli, a differenza del ricco, ha risposto in pieno ai significati che Dio ha depositato nella sua vocazione irripetibile e individuale.

Il fatto che il ricco non abbia nome, sta a significare, al contrario, che la sua esistenza non è pienamente realizzata agli occhi di Dio. Inoltre la anonimia permette che l'ascoltatore s'identifichi con lui: il ricco può essere chiunque fra noi. È lui il vero perciò protagonista del racconto.

A differenza di Lazzaro, questo anonimo uomo ricco è descritto in base a quello che fa. Vengono così posti in contrasto anche due ordini di valori: la valutazione della persona in base a ciò che è capace di fare, in quanto ne ha i mezzi, e la valutazione della persona per ciò che essa è. Il ricco incarna qui l'ideale secondo cui l'uomo vale per quello che ha; Lazzaro, invece, indica la misura del valore dell'uomo a partire dalla persona in se stessa, a prescindere da ciò che possiede.

Nella sua personalità originale e nel suo modo di affrontare la vita, Lazzaro corrisponde alle aspettative di Dio. L'uomo ricco, che non ha un nome, è rappresentativo di un fallimento particolare, l'unico fallimento che noi, in quanto cristiani, possiamo temere. Si può fallire infatti in molte maniere nella vita, ma sono comunque tutti dei fallimenti parziali: uno può fallire nel proprio mestiere, un altro può fallire nell'educazione dei figli, un altro ancora come sposo o come sposa, ma in tutte queste cose la persona fallisce solo in un settore particolare della sua vita; ma c'è un fallimento radicale del cristiano quando si smarrisce la vocazione alla santità, che si esprime nella carità verso gli altri: questo è certamente il fallimento più radicale, quello che manda in frantumi il dono più prezioso della grazia di Dio. Il ricco della parabola, sul piano umano, potrebbe essere anche stimato in forza della sua posizione sociale, o delle sue sostanze, ma egli non ha un nome, cioè la sua vocazione alla santità è naufragata nel fallimento, e perciò la sua vita è priva di un progetto valido e duraturo. La sua morte personale segnerà infatti la fine di tutto, a differenza di Lazzaro che, morendo, ritroverà la propria vita nel seno di Abramo.

giaceva alla sua porta, coperto di piaghe,
desideroso di sfamarsi [chortasth?nai: alimentarsi, come il figliol prodigo delle carrube dei porci] con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare [pulire] le sue piaghe.

Le piaghe erano considerate un castigo inviato da Dio, secondo il libro del Deuteronomio:

Se non obbedirai alla voce del Signore tuo Dio, se non cercherai di eseguire tutti i suoi comandi e tutte le sue leggi che oggi io ti prescrivo, verranno su di te e ti raggiungeranno tutte queste maledizioni: […] Il Signore ti colpirà con le ulcere d'Egitto, con bubboni, scabbia e prurigine, da cui non potrai guarire (Deut 28, 15.27).

Quindi Lazzaro è un uomo che è colpevole della sua miseria e delle sue piaghe. Noi però possiamo vedere nel povero piagato, un'immagine di Gesù.

In ogni caso egli, agli occhi dei farisei, è un maledetto e un impuro, e non si trova nemmeno solo; ha la compagni dei cani, che sono pure animali impuri per gli ebrei. I cani, che gli leccano le piaghe, come Lazzaro, sono alla porta, e forse attendono anche loro qualcosa da mangiare. Questo ci ricorda una certa donna siro-fenicia, una pagana, che un giorno si avvicinò a Gesù chiedendo la guarigione di sua figlia, posseduta dal demonio (cf. Mc 15, 21-28; Mc 7, 25-29). Gesù obietta che non è giusto togliere il pane ai figli per darlo ai cani, e lei risponde "anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni". La cananea, che desiderava, come Lazzaro, essere sfamata con il miracolo, è quindi chiamata "cane" da Gesù. Come il cane, così in Israele erano considerati anche i pagani, impuri, come i samaritani, non meritevoli della benedizione divina. Eppure, ricordiamo, sarà un samaritano l'unico con il cuore compassionevole, come Dio (cf. Lc 10, 30-37), mentre la cananea riceverà da Gesù l'elogio per la sua fede ("Donna, davvero grande è la tua fede!"), anzi sarà la fede di questa straniera a guarire la figlia ammalata.

Quindi Lazzaro, l'impuro e maledetto agli occhi dei farisei, si trova in compagnia dei pagani, degli impuri. E il pagano, il cane, è l'unico capace di sentire vera compassione per il povero Cristo che è Lazzaro. Questo è un insegnamento molto importante di come la religione, vissuta come auto-soddisfazione, come sicurezza vana nei propri meriti, nelle proprie ricchezze, è in realtà una strada verso la rovina, mentre la semplicità di un cuore puro ed umile, anche se fuori dai canali ufficiali della religione, e fuori anche della purezza rituale e della giustizia della legge, può rendere l'uomo giusto, se il suo cuore è capace di compassione.

Ma torniamo per un momento all'uomo ricco. È vero che Lazzaro non gli ha rivolto alcuna richiesta, almeno la parabola non lo dice; parrebbe quindi che l'uomo ricco non abbia espressamente negato a Lazzaro qualcosa (Tuttavia, dice il Siracide 43, 21: "Il pane dei bisognosi è la vita dei poveri, toglierlo a loro è commettere un assassinio"). In realtà, e questo è il punto, l'uomo ricco non ha nemmeno notato la presenza di Lazzaro; lo ha completamente ignorato. Non gli ha rifiutato l'aiuto, perché non lo ha nemmeno visto. L'uomo ricco non è stato capace di cogliere il desiderio inespresso di quest'uomo povero, di cibarsi cioè almeno degli avanzi della mensa del ricco. Egli, in fondo, non avrebbe dovuto togliere nulla alle proprie ricchezze, e il povero avrebbe avuto di che sopravvivere. È chiaro che tra le righe si intuisce pure una seconda verità: il ricco non è capace di vedere Lazzaro, e tanto meno di intuire i suoi desideri, perché è troppo concentrato su se stesso per poter vedere i bisogni degli altri. Inoltre, è offuscato dalla sua stessa ricchezza, che egli utilizza solo al proprio servizio; l'uso errato dei suoi beni, gli annebbia la mente. Vive nel più puro egoismo.

Però successe che il povero morì, e fu portato dagli angeli al seno di Abramo.
Però morì anche il ricco e fu sepolto.

I poveri pascoleranno sui miei prati e i miseri vi riposeranno tranquilli; ma farò morire di fame la tua stirpe e ucciderò il tuo resto (Isaia 14, 30).

Questo versetto è un capolavoro del suspense con cui Gesù vuole sconvolgere i suoi ascoltatori. Ricordiamo che egli si rivolge ai farisei, e parla quindi con le categorie farisaiche del premio e del castigo da ricevere nell'aldilà; in particolare si serve di un libro molto diffuso a quell'epoca, il libro di Enoch, dove il regno dei morti veniva considerato un grande baratro, in cui il punto più luminoso era il seno di Abramo, e il punto più oscuro era dove andavano a finire i malvagi. Secondo la escatologia farisaica, però, anche i poveri, dopo la loro triste vita sulla terra, sarebbero stati portati "nel seno di Abramo", mentre i malvagi avrebbero subito le tristezze dell'Ade. Gesù, dicendo che Lazzaro fu portato al seno di Abramo non dice quindi niente di scandaloso alle orecchie degli ascoltatori, ma dietro la seconda parte della frase, si cela la sorpresa: "anche il ricco morì, e fu sepolto". Suspense! Ora vedremo, però, come l'ordine dei farisei viene sconvolto.

Di fatti, leggiamo:

E nell'Ade, alzando gli occhi, essendo in tormento, vide Abramo di lontano, e Lazzaro nel suo seno.

Ecco la sorpresa: l'uomo ricco non è andato al seno di Abramo, ma è sprofondato nell'Ade! Si parla dell'Ade, non della Geenna, che è il termine usato da Gesù per riferirsi altre volte alla fine disastrosa dei malvagi. L'Ade è termine greco che significa 'regno dei morti', un luogo di stallo, di fallimento, senza vita, senza successo. Non è proprio un luogo di tormenti. Noi potremmo dire che la presenza del ricco nell'Ade non è frutto del castigo divino risultante di un giudizio, ma il risultato naturale delle chances che il ricco ha perso nella sua in realtà povera esistenza. È il risultato logico dell'insuccesso di non aver potuto aprire il suo cuore alla compassione. Anche l'espressione "tormento" non fa un riferimento diretto a torture o pene proprie dell'inferno dantesco, ma esprime l'angoscia, l'afflizione che opprime questo uomo, che vede che la sua vita di splendore è finita nel nulla. (In effetti, l'evangelista usa lo stesso termine con cui si riferisce alle malattie e ai dolori di cui erano afflitti coloro che si avvicinavano a Gesù per essere guariti [forse da tradurre con "afflitto", "oppresso", "sotto"]. A Gesù portavano coloro che erano "tormentati da varie malattie e dolori"). La fiamma di cui dopo si parlerà, a sua volta, è espressione del disaggio della solitudine.

E lui gridando disse: "Padre Abramo, abbi pietà di me,
e manda Lazzaro a intingere nell'acqua [bapse, come battesimo] la punta del suo dito
e rinfrescarmi la lingua, perché sono in pena in questa fiamma".

Il ricco, messo in questo contesto angoscioso, finalmente si accorge di Lazzaro. Il ricco, l'abbiamo già detto, non viene condannato per essere stato malvagio nei confronti del povero, per averlo maltrattato, ma semplicemente per non essersi nemmeno accorto della sua esistenza. Solo adesso, quando è nel bisogno, finalmente se ne accorge. Ma i ricchi non cambiano - sembra dire Gesù -, i ricchi sono animati da una perversione che non è possibile sradicare dalla loro esistenza. E infatti egli non chiede, ancora comanda: "Padre Abramo, manda Lazzaro", lui, il ricco pensa che tutto gli sia dovuto. Lui si serve delle persone, non ha mai servito.

Però Abramo disse: "Figlio, ricordati che tu hai ricevuto le tue cose buone nella tua vita,
e Lazzaro, allo stesso modo, le cose cattive;

Però qui lui è consolato, però tu soffri [odynasai: soffri, sei in angoscia, agonia (come Giuseppe e Maria al Tempio; come i discepoli di Paolo quando egli si congeda ad Efeso)].
Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: di modo che coloro che vogliono passare di qui da voi, non possono, né di lì fino a noi possono giungere".

Abramo gli risponde, sempre secondo la teologia farisaica, con il fatto del premio e del castigo: "Tu hai ricevuto i tuoi beni e Lazzaro i mali". E quindi, come in terra vivevano su due mondi differenti dove non si incontravano - ripeto il ricco ha ignorato l'esistenza del povero - adesso sono su due mondi completamente distanti.

È interessante però osservare il ragionamento di Abramo: il ricco non ha diritto a chiedere ora consolazione o refrigerio, perché in vita ha già ricevuto la sua ricompensa ("le tue cose buone"). Il verbo "ricevere", qui utilizzato, ha proprio questo significato: avere il pagamento del proprio lavoro; ricevere ciò per cui si ha lavorato. È lo stesso di quando Gesù nel Discorso della Montagna parla dei farisei e degli ipocriti:

Quando fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa […] Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa […] E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa (Mt 6, 2.5.16).

Ecco questi ipocriti, questi falsi religiosi, che come il ricco della parabola si aspettavano di essere benedetti da Dio per il loro avere molti beni e molte opere 'buone', non si aspettano come ricompensa la vita eterna, ma cercano "la lode degli uomini". Ecco quindi che questo, e solo questo, sarà il loro stipendio. Il nostro ricco ha voluto avere solo piaceri, godimenti, felicità sulla terra, rinunciando a guardare in faccia il proprio fratello, rinunciando a farsi un tesoro nel cielo:

Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma. Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore (Lc 12, 33s).

Egli però disse: "Ti imploro allora, padre, che tu mandi lui [= Lazzaro] a casa di mio padre,
- ho infatti cinque fratelli - in modo che lui possa testimoniare solennemente, perché non vengano anch'essi in questo luogo di sofferenza".

Ecco ancora l'egoismo del ricco, l'egoismo che non si può sradicare, che arriva fino in fondo. Gli interessa soltanto la sua famiglia, non dice "mandalo al popolo, alla gente, mandalo ad annunciare cosa succede se accumulano denari, se non pensano agli altri". No, il ricco è incurabilmente egoista, pensa soltanto a sé stesso e che tutto gli sia dovuto. Allora manda ai suoi fratelli, alla sua famiglia, degli altri non gli interessa.

Disse però Abramo: "Loro hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro".

Mosè e i Profeti, cioè quelli che hanno legiferato a favore dei poveri, Mosè ha detto "non vi sarà alcun bisognoso in mezzo a voi" (Dt 15, 4), i profeti hanno tanto tuonato contro i ricchi, allora: "Ascoltino loro".

Però lui disse: "No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti dovesse andare da loro, si convertiranno".
Disse però a lui
[Abramo]: "Se Mosè e i Profeti loro non ascoltano, neanche se qualcuno dai morti risorgesse saranno persuasi".

Ecco la sentenza importante e drammatica di Gesù: "Se non ascoltano Mosè…", la parabola è rivolta ai farisei, quelli che si fanno scudo della legge di Mosè, della dottrina, soltanto per coprire i propri interessi. Queste persone tanto pie, tanto devote, i zelanti custodi della tradizione e della fede, quando non conviene, sono i primi ad ignorare la legge di cui sono difensori.

Dietro la richiesta dell'uomo ricco c'è peraltro la convinzione, comune a molti, secondo cui la fede possa essere rafforzata da un'esperienza soprannaturale, o da una qualche particolare rivelazione, oppure da un qualche fenomeno con cui il Signore dia un segno tangibile della sua Presenza; il NT nega che questa convinzione sia veritiera. In molti passi del NT si nega che uno possa convertirsi per avere visto un miracolo, o per avere assistito ad una particolare manifestazione di Dio. Al contrario, il Cristo del Vangelo non compie alcun miracolo dove non trova la fede. Attraverso le parole di Abramo, viene qui riaffermato questo insegnamento fondamentale, secondo cui la fede non è generata dai miracoli. Il ricco, viene a dire Abramo, al pari di tutti gli altri israeliti, durante la sua vita conobbe Mosè e la legge del Sinai, e ciò gli sarebbe bastato per vivere bene, se avesse voluto ascoltare la Parola di Dio. Chi non è capace di entrare nell'ottica della fede all'ascolto della Parola di Dio, che risuona continuamente nella Chiesa per la predicazione apostolica, difficilmente giungerà alla fede per qualche altra via.

"Se non ascoltano Mosè e i Profeti non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti".

Infatti un morto, proprio di nome Lazzaro, è risorto, e i somi sacerdoti non solo non si sono convertiti, ma hanno deciso di ucciderlo di nuovo:

La gran folla di Giudei venne a sapere che Gesù si trovava là, e accorse non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti. I sommi sacerdoti allora deliberarono di uccidere anche Lazzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù (Gv 12, 9-11).

Ma il riferimento, è ovvio, è a Gesù stesso risorto. Perché Gesù afferma che la sua risurrezione non convertirà a uno come questo ricco, o a quelli che hanno l'atteggiamento dei farisei? Perché quanti sono stati incapaci di condividere il pane con l'affamato, non riusciranno mai a credere nel Gesù risorto, che è riconoscibile soltanto - come scriverà Luca nell'episodio di Emmaus - nello spezzare del pane. Quindi è un monito molto severo contro il cancro della ricchezza. Una persona che viene affetta da questa malattia è incurabile e non si guarisce neanche nell'aldilà.


Spunti di Riflessione
  1. La parabola denuncia una mentalità che guarda l'uomo per ciò che ha e che fa, non per ciò che è. Come mi pongo io di fronte a questo? Cerco di essere me stesso, di comprendere la mia vocazione? Mi vedo con gli occhi con cui Dio mi vede, o piuttosto cerco di realizzarmi nel successo, nelle cose? Come guardo gli altri? Per ciò che sono o per ciò che fanno e possiedono?
  2. Per il ricco il successo, il benessere e le ricchezze materiali sono la meta della propria vita; sono anche espressione della giustizia divina. Penso anche io che Dio premia i buoni con i beni e castiga i cattivi con le disgrazie? Che idea mi sono fatto di Dio a partire della mia propria esistenza?
  3. Il grande peccato del ricco è l'indifferenza. Oggigiorno è questo il peccato sociale più diffuso. Ignorare coloro che ci stanno accanto. L'incapacità di metterci nei panni del prossimo, specie quando il prossimo è il diverso. Conseguenza dell'indifferenza è l'esclusione. Io, che forse spesso mi sento diverso e escluso, escludo a mia volta coloro che sono diversi da me? Come lottare contro questa indifferenza dentro e fuori di noi?
  4. Il povero Lazzaro era in compagnia dei cani, degli impuri. Di che lato sono io? Preferisco stare dalla parte dei ricchi e dei potenti? Di coloro che hanno successo? O sono pronto a prendere la parte degli esclusi, dei reietti?
  5. Dove è il tuo tesoro, là sarà il tuo cuore. Cosa aspetto dalla vita? Dove metto il mio cuore? Dove è la mia speranza. Ecco, in proposito, una bella riflessione di papa Francesco (Angelus dell'11 agosto 2013):

Angelus di Papa Francesco

il cristiano è uno che porta dentro di sé un desiderio grande, un desiderio profondo: quello di incontrarsi con il suo Signore insieme ai fratelli, ai compagni di strada. E tutto questo che Gesù ci dice si riassume in un famoso detto di Gesù: «Dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore» (Lc 12,34). Il cuore che desidera. Ma tutti noi abbiamo un desiderio. La povera gente è quella che non ha desiderio; il desiderio di andare avanti, verso l’orizzonte; e per noi cristiani questo orizzonte è l’incontro con Gesù, l’incontro proprio con Lui, che è la nostra vita, la nostra gioia, quello che ci fa felici. Ma io vi farei due domande. La prima: tutti voi, avete un cuore desideroso, un cuore che desidera? Pensate e rispondete in silenzio e nel cuore tuo: tu, hai un cuore che desidera, o hai un cuore chiuso, un cuore addormentato, un cuore anestetizzato per le cose della vita? Il desidero, andare avanti all’incontro con Gesù. E la seconda domanda: dov’è il tuo tesoro, quello che tu desideri? – perché Gesù ci ha detto: Dov’è il vostro tesoro, là sarà il vostro cuore – e io domando: dov’è il tuo tesoro? Qual è per te la realtà più importante, più preziosa, la realtà che attrae il mio cuore come una calamita? Cosa attrae il tuo cuore? Posso dire che è l’amore di Dio? C’è la voglia di fare il bene agli altri, di vivere per il Signore e per i nostri fratelli? Posso dire questo? Ognuno risponde nel suo cuore. Ma qualcuno può dirmi: Padre, ma io sono uno che lavora, che ha famiglia, per me la realtà più importante è mandare avanti la mia famiglia, il lavoro… Certo, è vero, è importante. Ma qual è la forza che tiene unita la famiglia? E’ proprio l’amore, e chi semina l’amore nel nostro cuore è Dio, l’amore di Dio, è proprio l’amore di Dio che dà senso ai piccoli impegni quotidiani e anche aiuta ad affrontare le grandi prove. Questo è il vero tesoro dell’uomo. Andare avanti nella vita con amore, con quell’amore che il Signore ha seminato nel cuore, con l’amore di Dio. E questo è il vero tesoro. .

(Papa Francesco, Angelus, Piazza San Pietro, Domenica, 11 agosto 2013)