La Sorgente

La nostra affettività


Incontro di Sabato 14 Maggio 2011



La nostra affettività

[…] E' possibile, a questo punto, riconsiderare il cammino già fatto e chiedersi se per caso non vi si possa ravvisare un aspetto "profetico" di questa nostra iniziativa? Personalmente ho sempre una certa diffidenza dell'enfasi che va naturalmente unita al termine "profezia", ma credo sia giusto riconoscere che l'esperienza dei gruppi ha detto e dice qualcosa alla Chiesa nella quale i gruppi sono nati e intendano restare, pur se con qualche comprensibile disagio, che però sembra sia andato calando. Vorrei raccogliere in due punti principali il contributo "profetico" dei nostri gruppi.

  1. Il primo riguarda un apporto cruciale che concerne la proposta morale, chiamata a partire, oltre che dal Vangelo, dal vissuto delle persone, fuori da schemi rigidi e astratti, da apriorismi ideologici, da condanne e rifiuti generici e non di rado viscerali. E' vero, i documenti del magistero ricordano che anche gli omosessuali possono essere persone virtuose "nonostante" la loro identità sessuale. Bene, ma non basta. I racconti delle persone dei gruppi mostrano che tale identità non è necessariamente un ostacolo, e neanche solo una "croce" nel senso riduttivo che spesso si dà a questo termine. I racconti testimoniano la presenza di un elemento che non è ancora entrato nell'insegnamento che viene dal centro gerarchico della Chiesa: l'affettività, che non è preclusa a chi è gay, ma che può formare la base e la sostanza di relazioni amicali serie e feconde, tali da dare senso alla vita. Affermare che tale possibilità esiste darebbe una svolta decisiva alla pastorale che intende considerare la persona omosessuale in modo "integrale", offrendo proposte praticabili, un vero e proprio cammino educativo alla "relazione" così come si fa con gli eterosessuali. Che tale prospettiva cominci a filtrare in alcuni manuali di teologia è segno che qualcosa è cambiato, che qualche intuizione è stata recepita.

(Dalla lettera del 01-02 Settembre 2010 di D.Pezzini al gruppo La Sorgente)


Come Gesù ha amato ed è entrato in relazione con l'uomo!

Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri"

(Giovanni 13, 34-35).

Sempre più spesso il nostro agire è determinato da circostanze e condizionamenti che sono in noi interiorizzati. Per costruire l'uomo nuovo dobbiamo smettere di vederci con gli occhi degli altri.
Dinanzi all'altro ci poniamo come coloro che vedono ma non credono, che toccano ma che non conoscono, che desiderano ma non amano. La capacità unica e innovatrice di Gesù è stata quella di declinare al positivo ogni azione umana per elevare i comportamenti dell'uomo alla più alta e nobile dimensione del Divino. Solo chi ha fatto esperienza profonda di Dio sa guardare e crede, sa toccare e conosce, sa desiderare e ama.
La nostra affettività è lo scoglio grande con il quale ci dobbiamo misurare ogni giorno, questo vale tanto per gli omosessuali quanto per gli eterosessuali, tanto per le persone singole quanto per le coppie. L'affettività come luogo di incontro di Dio attraverso l'altro. La declinazione è ampia, nell'amicizia, circostanziata nella relazione, intesa come relazione di coppia, vocazionale nella dimensione di risposta alla chiamata genitoriale, consacrata ecc..
L'affettività come possesso di Dio e dell'altro. Questa à la più facile e consueta dinamica che parla dell'uomo da sempre. Le dinamiche che soffocano l'amicizia e rendendo sterile e vuoto il rapporto, la relazione diventa un luogo chiuso e inaccessibile per gli altri e verso gli altri, la risposta alla vocazione diviene inadeguata, anche se mossa dai più alti principi, si dimostra nel tempo arida di fecondità umana e spirituale.
La nostra affettività deve poter essere libera da condizionamenti e da ipocrisie. Gesù con i suoi discepoli ha avuto un rapporto chiaro e trasparente, alla luce della verità che non ha mai taciuto (anche quando ha rimproverato duramente). Anche noi, nelle nostre relazioni, dobbiamo camminare nella verità e fatto ciò potremmo arrivare a vivere un'affettività piena e sana. Soltanto se facciamo questo saremmo in grado di camminare e crescere cercando l'altro (l'amico - il compagno - il collega - il fratello) che la vita ci pone accanto. Soltanto se facciamo questo saremmo in grado di costruire e vivere qualsiasi tipo di affettività serenamente.
Spesso ci manca la forza di abbandonare le nostre convinzioni, di "morire a noi stessi" perché temiamo che l'altro (genericamente inteso-a) ci possa ferire e allora ci costruiamo un mondo tutto nostro, una realtà tutta nostra, una relazione tutta nostra, un'amicizia tutta nostra.
Serve poter guardare lucidamente se stessi per evitare ciò che ci suggerisce D.Pezzini:
"C'è chi ha bisogno di molti anni per accorgersi che l'amico ideale in quanto proiezione di se non esiste."

(Le ferite che Guariscono pg.43-44 D.Pezzini).



"Cominciai a rivelargli i miei segreti, e lo trovai fedele. Così tra noi crebbe l'amore, si riscaldò l'affetto, si rafforzò la carità, fino a che non si giunse ad avere un cuor solo ed un'anima sola, a volere o non volere le stesse cose, in un amore che non conosceva paure, ignorava l'offesa, era privo di sospetto, aborriva l'adulazione. Non c'erano fra noi finzioni o simulazioni, nessuna mollezza disonesta, nessuna aspetta sconveniente, nessuna tortuosità, nessun nascondiglio: tutto era chiaro e aperto, al punto che talvolta mi sembrò che il mio cuore fosse il suo, e il suo il mio, e anche lui aveva la mia stessa sensazione"

(Amicizia Spiriturale III, 124-125 Aelredo di Rivaulx)



Spunti di riflessione

  1. Come ha amato Gesù e come è entrato in relazione con l'uomo?
  2. Cosa ci fa cercare l'altro e provare affetto per lui?
  3. Come reagisci ad una aspettativa delusa?
  4. Gesù ha pazienza di accompagnare alla propria responsabilità chi ha incontrato, abbiamo noi la stessa capacità?