La Sorgente

Incontro di inizio anno


Incontro di Sabato 25 Settembre 2010

Memoria, racconto, solidarietà

Celebrare un anniversario è fare memoria di qualche evento importante, soprattutto se tale evento non è un episodio ormai perduto nel passato, ma una iniziativa tuttora viva, i cui effetti perdurano nel presente. Un po' come un compleanno. Si fa festa, naturalmente, e c'è da augurarsi che tale festa sia espressione di gratitudine, e questo sia da parte di chi ha visto crescere negli anni un germoglio esile e fragile, sia da chi, arrivato per ultimo, ne gode ora i benefici sotto rami frondosi che non devono far dimenticare le incertezze e le fatiche degli inizi.

Riflettendo sul percorso, a partire dai primi incontri "domestici" (credo fossimo in 5 o 6) in Piazza Radio, il sentimento che prevale è infatti quello della sorpresa davanti alla durata e alla crescita di un "gruppo" che alla partenza non aveva neanche i numeri per dirsi tale. Mi ricordo che quando, a seguito dell'esperienza della Fonte nata a Milano quattro anni prima, mi si chiedeva cosa ci volesse per mettere in piedi un gruppo di omosessuali credenti, rispondevo: "niente, basta essere in tre o quattro e volere seriamente stare insieme per aiutarsi a crescere." Se si celebra un ventennio di presenza e di azione della Sorgente è chiaro che questa volontà c'è stata e continua ad esserci.

Mi pare utile, in questa circostanza, offrire qualche spunto di riflessione sul senso che ha la memoria nella vita di una persona, e in particolare di un credente. Nella visione antropologica di Sant'Agostino, ripresa, tra gli altri, da Aelredo di Rievaulx, la creatura umana riflette in sé l'immagine di Dio nella forma di una trinità di facoltà: la memoria, la conoscenza, la volontà/amore/desiderio.

La memoria sta al primo posto e fa di noi un riflesso del Padre, creatore e origine di tutte le cose; senza memoria non c'è quella conoscenza che è sapienza (il Figlio) e discernimento; senza discernimento il desiderio si smarrisce, la volontà si intorpidisce in errori continui, e l'amore, invece di dilatarsi sulla carità e nel dono (lo Spirito Santo), si rattrappisce nella cupidigia e nell'istinto di rapina. Questa verità, che è tutto tranne che pura teoria, è magnificamente espressa dalla metafora del fiume che Aelredo usa nel suo Specchio della carità. Perché quell'acqua che è la vita possa scorrere in modo benefico e fruttuoso è necessario mantenere il contatto con la sorgente, contenere l'onda nella barriera regolatrice delle due rive onde evitare di esondare o di disperdersi, e conservare lo slancio fino a sboccare nella foce di quel "gran mare" (Dante Alighieri) che è l'immensità dell'amore di Dio al quale siamo destinati.

"Sorgente" è il nome che vi siete dato, e dunque la memoria deve stare al centro, così come è da qui che essa può continuare a funzionare. "Sorgente" è un participio presente, qualcosa dunque che continua a sorgere, un principio attivo, carico di dinamismo e di speranza, perché la memoria non è una cosa morta, ma una facoltà dell'anima senza la quale la vita muore, non tanto dal punto di vista fisico, ma estinguendosi in un'esistenza piatta, senza sussulti e senza prospettive.

E qui giova ricordare che il cristiano ha alla base della sua memoria personale un'altra memoria: quella biblica, da intrecciare continuamente con la propria. La Bibbia canta le meraviglie di Dio, ne fa memoria, nelle storie di persone che ne hanno fatto esperienza. Noi preghiamo i salmi perché sono roba nostra, noi facciamo la lectio divina per costruire la nostra memoria, guidare il nostro discernimento, educare il nostro amore.

Queste tre sono e restano le funzioni di un gruppo che è prima di tutto un gruppo di cristiani, aperto, certo, ad ogni persona di buona volontà, ma senza occultare la "sorgente" che lo ha fatto nascere e che rimane la ragione più solida della sua esistenza e della sua azione: il Dio di misericordia che "vuole" salvare!

Ho avuto modo di recente, preparando uno studio sulle opere storiche di Aelredo di Rievaulx, di occuparmi di "teologia politica", un modo di pensare la teologia diventato corrente alla fine degli anni '60 soprattutto per opera del teologo tedesco J.B. Metz. Si noti che non si tratta di mettere d'accordo la teologia con la politica, ma di un modo "politico" di pensare la teologia. E questo significa, a livello pratico, che la teologia non è primariamente fatta di discussioni e di elaborazioni teoriche, ma è una riflessione che assume il mondo e la sua storia con lo scopo di migliorarlo e di guarirne le ferite. Una teologia "attiva", dunque, immersa nell'esperienza per trasfigurarla. Metz riassume la sostanza del suo pensiero in tre parole chiave: memoria, racconto, solidarietà. La memoria è costituita dal deposito della storia, inclusa, se non soprattutto, quella delle "vittime"; il racconto, e non l'argomentazione teorica, è il metodo espositivo; la solidarietà in un mondo riconciliato è lo scopo e il punto d'arrivo dell'elaborazione teologica. Sorprendentemente ho trovato molte analogie con il pensiero di Aelredo raccolto dalle sue opere storiche, a dimostrazione che nove secoli di distanza non hanno cambiato nulla di quelle che restano intuizioni fondamentali sul modo di collegare Dio con il mondo.

Quando, all'inizio degli anni ottanta, nacquero in Italia i primi gruppi di gay credenti, trovai tre parole chiave per indicare una direzione in prospettiva: accoglienza, riflessione, dialogo. Oggi, a distanza di una trentina d'anni, con alle spalle un cammino già significativo, credo che si possa aggiornare il progetto, peraltro già sperimentato nei nostri gruppi, con le tre parole chiave sopra ricordate: memoria, racconto, solidarietà. La memoria per non perdere le radici, per rimanere in contatto con la sorgente che arriva a noi dalla storia del Popolo di Dio, del primo e del secondo testamento; il racconto, per ascoltarci e metterci in questione, con la cura di evitare astrattezze e bizantinismi, polemiche e risentimenti, e creare invece una comunione di cuori che vivono di misericordia; la solidarietà, infine, che è un bisogno sempre urgente, soprattutto in chi è in qualche modo "vittima", ma che si rischia anche di chiedere, o pretendere, senza saperla o volerla a nostra volta offrire, una solidarietà, naturalmente, non di ghetto, ma simpaticamente ecumenica.

Fare memoria è doveroso, celebrare un anniversario è un momento felice, ed è giusto godere dei risultati raggiunti. Ma fare memoria deve soprattutto servire per proiettarsi in avanti, alla luce dell'esperienza, certo, ma ricordando che una sorgente è acqua fresca che zampilla: se ristagna e si ferma cessa di essere tale, e a salvarla non basta mantenere il nome. E' possibile, a questo punto, riconsiderare il cammino già fatto e chiedersi se per caso non vi si possa ravvisare un aspetto "profetico" di questa nostra iniziativa? Personalmente ho sempre una certa diffidenza dell'enfasi che va naturalmente unita al termine "profezia", ma credo sia giusto riconoscere che l'esperienza dei gruppi ha detto e dice qualcosa alla Chiesa nella quale i gruppi sono nati e intendono restare, pur se con qualche comprensibile disagio, che però sembra sia andato calando.

Vorrei raccogliere in due punti principali il contributo "profetico" dei nostri gruppi. Il primo riguarda un apporto cruciale che concerne la proposta morale, chiamata a partire, oltre che dal Vangelo, dal vissuto delle persone, fuori da schemi rigidi e astratti, da apriorismi ideologici, da condanne e rifiuti generici e non di rado viscerali. E' vero, i documenti del magistero ricordano che anche gli omosessuali possono essere persone virtuose "nonostante" la loro identità sessuale. Bene, ma non basta. I racconti delle persone dei gruppi mostrano che tale identità non è necessariamente un ostacolo, e neanche solo una "croce" nel senso riduttivo che spesso si dà a questo termine. I racconti testimoniano la presenza di un elemento che non è ancora entrato nell'insegnamento che viene dal centro gerarchico della Chiesa: l'affettività, che non è preclusa a chi è gay, ma che può formare la base e la sostanza di relazioni amicali serie e feconde, tali da dare senso alla vita. Affermare che tale possibilità esiste darebbe una svolta decisiva alla pastorale che intende considerare la persona omosessuale in modo "integrale", offrendo proposte praticabili, un vero e proprio cammino educativo alla "relazione" così come si fa con gli eterosessuali. Che tale prospettiva cominci a filtrare in alcuni manuali di teologia è segno che qualcosa è cambiato, che qualche intuizione è stata recepita.

Il secondo contributo riguarda il modo di essere della Chiesa. Ci si è presto accorti che, se da una parte gli omosessuali credenti chiedevano accoglienza, la loro presenza, una volta riconosciuta, poteva contribuire a rendere la stessa Chiesa più accogliente. Il desiderio era, ed è, che la comunità cristiana si aprisse in misura sempre più larga verso tutte le condizioni di vita che, non di per se, ma per ragioni storiche, ideologiche, sociali, sono qualificate come "marginali". Questo sta avvenendo sempre più di frequente. Non mi riferisco solo alla possibilità di tenere ritiri e incontri in case di religiosi senza nascondere l'identità del gruppo e senza che questo faccia problema. Penso anche alle occasioni, che si moltiplicano, di presentare la propria testimonianza di gay credenti in comunità parrocchiali, presso consigli pastorali, e persino in associazioni cattoliche con intento dichiaratamente "educativo" come gli scout. Prima, questo era impensabile. Ora, grazie ai nostri gruppi, la Chiesa è aiutata, e "provocata", ad essere sempre più la casa di tutti, con porte e finestre sempre più aperte a quello che ci piace pensare possa essere, senza presunzione, il vento dello Spirito. Il nostro compito non è quello della "lotta di classe", quello di capovolgere il rapporto tra centro e margine, ma di ricordare che di centro vero ce n'è uno solo, Dio e la sua Parola, rispetto al quale siamo tutti "marginali", e che l'esperienza di chi vive la marginalità nella propria carne offre prospettive diverse su cose e persone, prospettive che possono tornare utili a chi, vivendo nel benessere della maggioranza, rischia di sopravvalutarsi, e di credere di rivolgersi a Dio mentre, come il fariseo della parabola (Lc 18, 9-4), parla solo con se stesso. Da questo punto di vista l'esperienza della marginalità è una "grazia": serenamente accolta, essa dà alla vita e al discorso di fede colori che non sono violenti, toni che non sono né perentori né arroganti, ma umili, miti, pervasi di gratitudine e di benevolenza, intrisi di compassione e di tenerezza, nella consapevolezza di una fragilità che ci accomuna come creature, e che però è salvata dal Figlio di Dio che l'ha assunta.

Vorrei aggiungere un ultimo punto, non certo secondario, ed è che il cammino dei gruppi è diventato parola scritta in articoli e volumi germogliati dal di dentro di questa esperienza, il che ha contribuito a diffonderne la voce. Da un po' si sono aggiunti anche numerosi siti web che allargano ancora di più il campo di risonanza dei nostri "racconti". E' sicuramente un bene, un'attività che va sostenuta e incrementata. Concludo. Nati nella Chiesa, i gruppi gay credenti, che ci vivono, intendono parlare con la Chiesa e alla Chiesa, non come se fosse una realtà "altra", e men che meno un soggetto contro cui lottare. Si è in famiglia, dove dissensi e incomprensioni sono da prevedere, ma dove è necessario che prevalga la volontà di ascoltarsi, di capirsi, di perdonarsi, di accogliersi, convinti che l'elemento che ci unisce è più grande di tutti noi, ed è l'amore di Dio Padre, materializzatosi in Gesù, e riversato nei nostri cuori dallo Spirito Santo (Rm 5,5). E dunque la regola del nostro comportamento, così come la sua base ineliminabile, è quanto scrive Paolo: "Accoglietevi gli uni gli altri, come Cristo ha accolto voi, per la gloria di Dio" (Rm 15,7). La memoria si fa progetto, e la solidarietà ne è il contenuto.

Domenico Pezzini

("20 anni de La Sorgente" di don Domenico Pezzini)