La Sorgente

Preparazione alla Quaresima


Incontro di Sabato 27 Domenica 28 Febbraio 2010


La Strada: proiezione topografica dell'incontro

3 lasciò la Giudea e si diresse di nuovo verso la Galilea.
4 Doveva perciò attraversare la Samaria.
5 Giunse pertanto ad una città della Samaria chiamata Sicàr, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio:
6 qui c'era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno.
7 Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: "Dammi da bere".
8 I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi.
9 Ma la Samaritana gli disse: "Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?". I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani.
10 Gesù le rispose: "Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: "Dammi da bere!", tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva".
11 Gli disse la donna: "Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest'acqua viva?
12 Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge?".
13 Rispose Gesù: "Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete;
14 ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna".
15 "Signore, gli disse la donna, dammi di quest'acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua".
16 Le disse: "Và a chiamare tuo marito e poi ritorna qui".
17 Rispose la donna: "Non ho marito". Le disse Gesù: "Hai detto bene "non ho marito";
18 infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero".
19 Gli replicò la donna: "Signore, vedo che tu sei un profeta.
20 I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare".
21 Gesù le dice: "Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre.
22 Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei.
23 Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori.
24 Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità".
25 Gli rispose la donna: "So che deve venire il Messia (cioè il Cristo): quando egli verrà, ci annunzierà ogni cosa".
26 Le disse Gesù: "Sono io, che ti parlo".
27 In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliarono che stesse a discorrere con una donna. Nessuno tuttavia gli disse: "Che desideri?", o: "Perché parli con lei?".
28 La donna intanto lasciò la brocca, andò in città e disse alla gente:
29 "Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?".
30 Uscirono allora dalla città e andavano da lui.
31 Intanto i discepoli lo pregavano: "Rabbì, mangia".
32 Ma egli rispose: "Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete".
33 E i discepoli si domandavano l'un l'altro: "Qualcuno forse gli ha portato da mangiare?".
34 Gesù disse loro: "Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera.
35 Non dite voi: Ci sono ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura.
36 E chi miete riceve salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché ne goda insieme chi semina e chi miete.
37 Qui infatti si realizza il detto: uno semina e uno miete.
38 Io vi ho mandati a mietere ciò che voi non avete lavorato; altri hanno lavorato e voi siete subentrati nel loro lavoro".
39 Molti Samaritani di quella città credettero in lui per le parole della donna che dichiarava: "Mi ha detto tutto quello che ho fatto".
40 E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregarono di fermarsi con loro ed egli vi rimase due giorni.
41 Molti di più credettero per la sua parola
42 e dicevano alla donna: "Non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo".
43 Trascorsi due giorni, partì di là per andare in Galilea.

(Giovanni 4, 3-43)



C'è un detto cinese che definisce la speranza come una strada di campagna che si forma quando molta gente calpesta lo stesso terreno.
Ce lo diceva già la Gaudium et spes come è necessario sentirsi vicini con le passioni del mondo, con la sua storia, con i suoi problemi, col suo pianto, con le sue lotte, con le sue vittorie.
Sulla lunga strada feriale incontriamo tanta gente, anonima, ma così come possiamo anche noi apparire anonimi: un volto tra tanti.
Un giorno Gesù fece un incontro particolare, con una samaritana, presso il pozzo di Giacobbe.

Il brano è molto lungo, faremo solo le parti essenziali, del cap. 4, del vangelo di Giovanni. Il famoso brano conosciuto come "La Samaritana".
Prima di iniziare la lettura e il commento del brano, occorre ricordare che i vangeli non raccontano i fatti della vita di Gesù, ma trasmettono la verità di fede che questi fatti contengono. Quindi sono validi per le comunità di tutti i tempi. Quindi non sono una cronaca, ma teologia. L'evangelista non ci sta raccontando un fatterello come se fosse una cronaca giornalistica ma un insegnamento teologico che riguarda la vita della fede che è valida non solo per quest'incontro con questa samaritana, ma per le comunità di tutti i tempi.

In questo brano l'evangelista Giovanni ci presenta l'itinerario universale (e come riferimento prende una donna, una lontana, un'allontanata e una samaritana), che parte dalla sete comune a tutti e dall'acqua che la appaga.

Gli evangelisti quando scrivono, quando narrano ciò che loro hanno intenzione di trasmettere, hanno sempre del modelli, dei modelli conosciuti all'epoca. Il modello sul quale Gv, struttura la narrazione dell'incontro di Gesù con la samaritana è quello di un profeta della Samaria, Osea.
Osea dalla tragica esperienza personale di un matrimonio che non funzionava, è riuscito a capire per primo, ed è stato il primo che lo ha strutturato, un rapporto nuovo con Dio. Qual è la situazione brutta familiare di Osea; che la moglie Gomer, nonostante gli avesse dato già tre figli, ogni tanto prendeva e scappava via sempre con nuovi amanti. E Osea, che era innamorato della moglie, ogni volta riusciva ha riprenderla e la riportava a casa. Poi quando questa donna gliene combina una grossa per l'ennesima volta, Osea perde la pazienza la raggiunge, gli elenca tutti i capi d'imputazione, tutti i crimini da lei compiuti, poi arriva alla sentenza. La sentenza per la donna adultera era una sentenza di morte, era la lapidazione. Ma arrivato al momento della sentenza dice: "l'amore è più grande e dice: andiamo nel deserto e diciamo che gli propone un nuovo viaggio di nozze. Ed è importante che Osea dice: la mi chiamerai marito mio e non mi chiamerai più padrone mio. Qual è il significato di questo? In quella cultura la donna è un oggetto del marito; il marito viene chiamato padrone, allora Osea capisce perché questa donna gli scappa, perché non aveva un rapporto con un marito ma con un padrone. Quello che la donna cercava era l'amore. Allora Osea lo comprende e la riprende con se e questa è la grande novità che ha portato Osea e che poi Gesù riprenderà e farà Sua, concedendo il perdono senza nessuna garanzia di conversione.
Osea dalla sua tragica esperienza, ha un amore più forte delle colpe della moglie, perdona la moglie, la riprende con se, senza alcuna garanzia della conversione. Ma nella religione per ottenere il perdono bisogna convertirsi, Osea comprende che il perdono del peccato va concesso senza la garanzia della conversione. La conversione eventualmente può essere una conseguenza.
Osea, dicevamo, è stato il primo tra i profeti, che ha presentato la relazione tra Dio e il suo popolo come quello di uno sposo, Dio, e la sua sposa, il suo popolo. Quindi questo è l'ambiente in cui l'evangelista narra l'episodio della samaritana, di uno sposo che riconquista la sposa adultera, gli offre il dono del Suo amore, senza nessuna garanzia della sua conversione.



Vediamo ora come l'evangelista struttura questo brano
vv. 3-4: lasciò la Giudea e si diresse di nuovo verso la Galilea. Doveva perciò attraversare la Samaria. Il verbo "dovere" come è scritto dagli evangelisti non indica mai una necessità ma l'assolvimento di una volontà divina. È più giusto tradurre bisognava. Quindi quando troviamo nei vangeli il verbo "dovere" riferito a Gesù, è sempre per l'adempimento della volontà di Dio, infatti per raggiungere dalla Giudea salire su alla Galilea normalmente non si attraversava la Samaria, ma si scendeva giù lungo la valle del Giordano (Transgiordania), era un po' più lunga forse anche più scomodo ma più sicuro perché la Samaria veniva evitata perché c'era una grande ostilità tra i due popoli. Da che derivava questa ostilità?
La Samaria fa parte dell'antico regno del Nord, eretico e scismatico. Si era separato ai tempi di Geroboamo, nel 930 a.C. In una delle tante invasioni che gli Assiri avevano fatto, avevano deportato gran parte della popolazione di questa regione della Samaria e l'avevano ripopolata con dei coloni; la popolazione si era fusa ed era venuto un intreccio di meticci che gli Ebrei ritenevano impuri e tra Samaritani e Giudei c'era una grande rivalità, c'erano inimicizie, lotte, omicidi e all'epoca di Gesù dare del samaritano ad un Giudeo era l'insulto più grave che si potesse fare.
Allora Gesù che doveva andare in Samaria, non per un percorso geografico ma perché, ed abbiamo già capito dall'introduzione che abbiamo fatto sul "Libro di Osea", è lo sposo che va a riconquistare la sposa adultera.

 

v. 5: Giunse pertanto ad una città della Samaria chiamata Sicàr, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio. Gesù sta attraversando una terra che è carica di storia, e che si rifà alle origini d'Israele prima che ci fosse la divisione tra Giudei e Samaritani, quindi quando tutti e due i popoli erano uniti dalle stesse origini.

v. 6a: qui c'era il pozzo di Giacobbe. Vedremo che nel corso della narrazione, l'evangelista gioca tra il termine "sorgente e pozzo", quindi usa due termini diversi per indicare la stessa realtà. La sorgente è la fonte d'acqua e essendo Dio il datore della vita uno dei termini per indicare Dio era "la sorgente d'acqua", il profeta Geremia dice: "essi hanno abbandonato me, sorgente d'acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non contengono l'acqua" (Ger 2,13). Quindi la sorgente indicava la vita che Dio comunicava, perché la vita ha bisogno dell'acqua.

v. 6b: Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo [sorgente]. Come si fa a stare seduti sulla sorgente? É un'espressione che vuole indicare che Gesù occupa adesso la sorgente. La fonte d'acqua, la fonte della vita non è più, come si credeva: "Giacobbe", ma la fonte è Gesù. Quindi Gesù sarà la nuova sorgente che sostituirà definitivamente quella di Giacobbe, che soddisferà ogni sete.


 

v. 6c: Era verso mezzogiorno [ora sesta]. L'evangelista ci da un'indicazione di tempo. È un'ora insolita in cui nessuno si reca ad attingere acqua. È una indicazione teologica. L'ora sesta è quella della condanna a morte di Gesù, quando ha terminato il cammino della sua semina (il momento della fatica), allora è il momento in cui dal costato aperto di Gesù uscirà l'acqua viva. Quindi l'evangelista presenta l'incontro di Gesù con la Samaritana come prefigurazione della sua morte.
In ogni caso la samaritana giunge al pozzo in un'ora in cui è sicura di non incontrare nessuno. Questo incontro presso il pozzo non è consueto. Anche Gesù è solo, poiché i discepoli sono andati in città per acquistare cibo (v. 8). L'incontro avviene nella solitudine. Son due solitari che si incontrano. Il solitario Gesù (nella stessa ora, Gesù è solo sulla croce) e sola è la donna.
Nella solitudine Dio ci incontra, ma Dio fa anche esperienza della solitudine e dello smarrimento ("perché mi hai abbandonato"). Ma ogni solitudine si risolve in un incontro, che parte non da un'esigenza, ma nel dare risposta ad una richiesta. Si esce fuori dalle solitudini sapendo dare ascolto alle solitudini che gli altri vivono, alle loro siti per poter dare dell'acqua.
Nello stesso tempo chi è solo deve aver il coraggio. Deve uscire fuori da se stesso e chiedere "Ho sete" (sulla croce), "Dammi da bere" (adesso).
Pur essendo mezzogiorno, è ancora buio per la samaritana. Esce in quell'ora per non esser vista e restare nel buio. Forse la colpa la porta a non farsi vedere, sicura di non incontrare altre donne.
A volte la colpa ci schiaccia ed evitiamo gli incontri. Preferiamo rimanere nel buio. Tanti soli che viaggiano nel caldo di un mezzogiorno assolato. Volti anonimi che hanno paura di rivelare la vulnerabilità manifesta nel proprio volto.

Questa scena evoca almeno tre racconti dell'AT: quello della missione del servo di Abramo incaricato di andare a trovare una sposa per Isacco (Gn 24); l'incontro di Giacobbe e di Rachele (Gn 29,1-14); la fuga di Mosè nel paese di Madian e il suo incontro con le sette figlie del sacerdote Reuel (Es 2,15-22). Questi tre racconti iniziano tutti nella stessa maniera descrivendo il viaggio di un uomo verso una terra straniera, un viaggio che termina presso un pozzo. Anche il seguito si svolge secondo uno stesso schema. Una o più donne si recano al pozzo. S'intavola la conversazione, chedendo uno o l'altra dell'acqua. La storia si conclude con un matrimonio: Isacco e Rebecca (Gen 24), Giacobbe e Rachele (Gn 29), Mosè e Zippora (Es 2). La donna che viene al pozzo è la futura sposa.
Il clima dell'incontro è quindi quello sponsale, seppure l'episodio non si conclude con un matrimonio. Il clima è quindi quello dell'Alleanza (tra Gesù e il popolo considerato infedele).


 

v. 7a: Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Dicevamo che l'indicazione del tempo è teologica, non cronologica, se c'era un'ora inadatta per andare ad attingere acqua era quella del momento più caldo della giornata, era mezzogiorno. Normalmente l'acqua alla fonte ci si andava a prenderla o al mattino presto o alla sera dopo il tramonto. Era impensabile a mezzogiorno con quel sole che c'è in quelle zone che qualcuno andasse a prendere l'acqua, quindi si vede che sono indicazioni teologiche.
Attingere acqua è un lavoro normalmente riservato alle donne (ad esempio 1Sam 9,11), ma anche il lavoro degli schiavi (Dt 29,10; Gs 9,21.23.27).
La donna è anonima, quando nei vangeli i personaggi sono presentati senza nome, quindi anonimi, significa che sono personaggi rappresentativi, cioè non tanto un personaggio che è possibile rintracciare storicamente, ma quanto una realtà nella quale il lettore si può identificare.

v. 7b: Le disse Gesù: "Dammi da bere". I maschi di quella cultura si ritenevano superiori alla femmine e mai un uomo si sarebbe abbassato a chiedere qual cosa ad una donna. E qui l'aggravante che non solo c'è un maschio che si rivolge ad una donna, ma un giudeo che rivolge la parola ad una samaritana. Le samaritane erano considerate impure già dalla nascita.
Quindi la donna samaritana è l'emblema massimo dell'impurità. E mai un giudeo con la sua superiorità razziale si sarebbe abbassato a chiedere qualcosa ad una donna e per giunta samaritana.
L'evangelista ci vuol indicare l'azione di Gesù verso le persone, che non è quella che dall'alto si rivolge ad una persona che sta in basso, ma che si pone al suo livello. Gesù che va mendicando un sorso d'acqua, si mette al livello dell'altro. Gli dice: tu mi puoi aiutare. Ho bisogno di te. Mi puoi dare una mano.
Il chiedere dell'acqua ad una donna suona già come avance di uno che vuole abbordarla. È l'inizio di un corteggiamento (cfr. i racconti dell'AT al pozzo). Ma Gesù non esibisce forza e coraggio, ma si presenta come stanco e abbandonato sul pozzo, manifesta la propria debolezza. Ha sete anche lui, come la donna che viene ad attingere. Si pone sullo stesso piano.
La scena è un incontro tra uomo e donna: stanno di fronte due desideri, ognuno dei quali è sete dell'altro e acqua per l'altro.
Dare acqua, elemento scarso e quindi prezioso, era un segno di accoglienza e di ospitalità. Chiedendola, stanco del cammino, Gesù chiede di essere accolto.
Prima ancora di chiedere noi l'acqua è lui che ci chiede di accoglierlo. La donna può soddisfare il suo bisogno.
Andando al pozzo come la donna, anche noi troviamo lui, la sorgente che ha sete di dare acqua, l'amore che ha bisogno di amare e di essere amato.
L'umiltà del Signore, che da sempre chiede all'uomo di amarlo. Gesù, a differenza dei profeti, non esordisce denunciando gli errori; semplicemente mostra la sua sete. Inizia il suo approccio non partendo dai sensi di colpa, su cui si imbastisce una religiosità oscura, ma dal desiderio solare di amore e di vita, che lui ha e pure noi abbiamo, aldilà delle nostre insoddisfazioni e fallimenti.


 

v. 8: stranamente qui interrompe la narrazione con un particolare che sembra fuori luogo: I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi. I discepoli vanno a comperare cibi perché non conoscono
l'alimento di Gesù. Egli dirà più avanti che "il mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato" (cfr. v. 34). Gesù è andato in Samaria perché quella è la volontà del Padre di riconquistare anche quelli che sono perduti, questo è il cibo del Signore. I discepoli che non accettano questa volontà, sono andati altrove. Hanno un senso di superiorità e, vedremo più avanti che quando tornano si scandalizzano che Gesù stia parlando con una donna per giunta samaritana, quindi i discepoli imbevuti nel loro nazionalismo religioso non possono comprendere il perché dell'azione di Gesù.
Gesù rimane solo con la donna: è l'incontro tra due solitudini, due seti che si scoprono.


 

v. 9: Ma la Samaritana gli disse: "Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?". La donna reagisce alla richiesta di Gesù ricordandogli i problemi che esistono tra questi due popoli, i contrasti razziali e soprattutto la meraviglia di un uomo che chiede da bere ad una donna, e per giunta samaritana. Allora l'evangelista ci tiene a spiegare i Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani, che tradotto vuol dire che se le davano di santa ragione, perché ognuno credeva di avere Dio dalla sua parte. Sappiamo, anche la quotidianità ce lo insegna, che mai si ammazza con tanto gusto come quando si ammazza in nome di Dio, quando ognuno credeva di avere il Dio vero dalla sua parte e in nome di Dio ammazzava l'altro. Per questo i giudei evitavano di attraversare la Samaria.
I giudei evitano i samaritani, perché ritualmente impuri. Neanche si degnano di bere alla stessa brocca, per non contaminarsi.
L'atteggiamento di Gesù supera le convenzioni e si pone ad un livello più profondo, pienamente umano: esprime il suo bisogno. Gli steccati tra Gesù e la donna saltano: si incontrano sulla sete, comune a tutti.
Un dialogo è falsato in partenza e finisce male, se parte da alcuni presupposti o pregiudizi.


 

Alla sfida aggressiva della samaritana che ricorda le divisioni razziali tra i due popoli, Gesù risponde superando le divisioni proponendole un dono: "Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: "Dammi da bere!", tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva" (v. 10). Gesù, che l'evangelista raffigura come lo sposo che va in cerca della moglie adultera quando la ritrova non la minaccia, non la castiga, ma come ha fatto Osea, offre alla donna una nuova possibilità l'amore che si fa dono particolare. Se comprendiamo questo brano cambia il rapporto con Dio e di conseguenza cambia il rapporto con gli altri.
Quando Dio si trova dinanzi il peccatore o la peccatrice, non lo minaccia non lo castiga, ma dice: "se tu conoscessi il dono di Dio", cioè se tu conoscessi quanto è grande il mio amore per te. Questa è la novità portata da Gesù, un Dio che non ama le persone secondo i loro meriti, ma secondo i loro bisogni. Più è grande il bisogno della persone, più sarà grande la risposta d'Amore da parte di Dio. C'è un inganno a proposito della nostra sete: tutti vogliamo la felicità, che non è un salario da guadagnare con i nostri meriti, ma è un dono gratuito.
Quindi Gesù alla donna che rappresenta la Samaria, idolatra, eretica, si presenta con un dono d'Amore che non guarda chi sia. Gli offre un regalo, non un castigo.
Ecco qui affermata la legge forse più importante che può farci superare i guasti della diversità: la reciprocità del dono. Siamo bravi solo a dare. Mai a ricevere. Quando capiremo che colui che ha bisogno, non chiede aiuto, ma chiede scambio?


 

Gli dice la donna: "Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest'acqua viva? (v.11). La donna incomincia a cambiare, si rivolge a Gesù chiamandolo Signore, e questo termine apparirà tre volte. Quindi quello che prima era un giudeo, adesso diventa rispettosamente un signore, la donna comprende che in quest'uomo che si trova di fronte c'è qualcosa che supera le divisioni e i litigi tra i due popoli.
Prima si è parlato di sorgente, adesso si parla di pozzo. Nella simbologia ebraica il pozzo era l'immagine della Legge. Diversa è l'acqua viva della sorgente che scaturisce ed uno la può prendere senza sforzo, il pozzo esige uno sforzo da parte dell'uomo.
La samaritana conosce la fatica di attingere al pozzo profondo. Conosce la fatica dell'osservanza della Legge. Sa che sforzi bisogna fare per attingere meriti di fronte a Dio.
Quando il rapporto con Dio è basato sull'osservanza della Legge, il pozzo rappresenta la Legge, l'uomo deve contare sulle sue forze, l'uomo che deve sforzarsi di osservare questa Legge.

L'evangelista ci sta portando alla differenza tra la religione e la fede; nella fede l'uomo deve accogliere gratuitamente l'Amore di Dio, nella religione l'uomo deve meritarlo con i suoi sforzi ecco la differenza tra l'acqua del pozzo di Giacobbe che rappresenta la Legge e l'acqua viva che Gesù gli propone come dono; una è l'Amore di Dio che va accolto gratuitamente, l'altro è la religione dove l'Amore va ottenuto con i propri sforzi.
Gesù dimostra che l'Amore di Dio non va meritato con gli sforzi degli uomini, ma va accolto per la grandezza dell'Amore del Padre. Questo è un passaggio fondamentale. Fino a quando l'uomo vive nell'ambito della religione pensa che deve meritare l'Amore di Dio, quando comprende la novità portata da Gesù, l'Amore di Dio non va meritato ma accolto perché non è frutto degli sforzi dell'uomo, ma il frutto dell'Amore gratuito e generoso da parte di Dio.


 

v. 13. Rispose Gesù: "Chiunque beve di quest'acqua [del pozzo] avrà di nuovo sete. Gesù sta citando un brano del Libro del Siracide (24,20). Qual è il significato? L'osservanza della Legge per quanto tu ti sforzi di osservarla non ti lascia mai soddisfatto, per quanto tu cerchi di osservare la Legge non sei mai sicuro di essere a posto con Dio, perché per quanto fai potevi sempre fare di più non hai mai la certezza, perché Dio non te lo può dire. Questo è la religione che fa si che l'uomo sia gradito a Dio in base ai suoi sforzi.
Ebbene con Gesù si è graditi a Dio grazie al Suo Amore non per gli sforzi degli uomini, quindi chi beve l'acqua della Legge, chi pensa di essere graditi da Dio mediante l'osservanza non raggiunge mai la certezza, ma aggiunge Gesù: ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna. È fondamentale quest'insegnamento di Gesù ed è fondamentale questo passaggio, è la terza volta che la fonte d'acqua per Gesù è una sorgente.
A differenza della Legge la cui osservanza non soddisfa mai l'uomo, che si sente sempre inadeguato di fronte all'enormità dei doveri e delle regole da compiere, l'acqua dello Spirito, lo Spirito è l'Amore soddisfa pienamente, completamente l'uomo.
Questo pozzo rappresenta la Legge antica, i vecchi schemi, i particolarismi rituali, le tradizioni di una civiltà che ormai si è sclerotizzata e si è chiusa nella difesa dei suoi valori.
Chi beve di quest'acqua ha sete di nuovo. L'acqua che dà Gesù, invece, non darà più sete. Quando ci si sente tanto amati immeritatamente e incondizionatamente da parte di Dio si sente sgorgare dentro di se lo zampillo della condizione divina, ecco quello che unisce con il Signore.
Questo zampillo d'acqua continuamente comunica vita dando all'uomo la capacità poi di superare anche la morte. L'esperienza di essere amati da Dio da all'uomo la capacità di amare generosamente, se Dio ci ama generosamente e immeritatamente così l'uomo dovrà fare nei confronti dell'altro.


 

v. 15. La donna capisce: Signore dammi di quest'acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua. La samaritana comprende quello che Gesù intende offrirle e si dichiara disposta ad abbandonare il pozzo che rappresenta la Legge e a d'accogliere l'acqua dello Spirito che è il dono di Dio.
Mentre nel cap. precedente, il fariseo cioè la persona super devota, super osservante, Nicodemo, di fronte alla proposta di Gesù continuamente gli ha opposto delle difficoltà: ma come può essere, ma come può avvenire, la samaritana una femmina, una impura, un'eretica, un'idolatra, una peccatrice, comprende subito. È il ritornello che c'è in tutti i vangeli, più si è lontani dalla religione, e più si riesce a capire la novità portata da Gesù; quelli che sono immersi in un ambiente religioso, fanno tanta difficoltà, perché nell'ambiente religioso è stato loro inculcato di dover meritare l'Amore di Dio e quest'Amore gratuito da parte di Dio le persone che si sforzano con la loro esistenza con il loro rigore di essere gradite a Dio non lo possono accettare.
I farisei continuano ad esistere, si clonano continuamente, e per scoprire un fariseo in un'assemblea parlate dell'Amore di Dio, dite che Dio ama tutti, che Dio perdona tutti, che Dio rivolge il Suo Amore ad ogni persona, ad un certo momento il fariseo non resisterà e dirà, è la formula classica, "si ma il Signore è anche giustizia".
Quindi il fariseo, Nicodemo, non è riuscito a capire quello che la donna per giunta peccatrice ha capito.
Qui abbiamo notato il cambio, all'inizio è Gesù che chiede acqua alla samaritana, ora è la donna a chiedere acqua a Gesù. Sembra un dialogo tra matti.

Gesù cambia bruscamente il discorso: "Và a chiamare tuo marito e poi ritorna qui". La risposta della donna, che gli chiede dove deve adorare Dio, sembra un discorso tra matti. Se lo prendiamo a livello storico, la donna chiede: dammi di quest'acqua, Gesù dice: chiama tuo marito e la donna di rimando dove dobbiamo adorare. Vedete che è una congruenza volutamente posta dall'evangelista per farci capire attenzione non è un raccontino moralistico, ma un insegnamento teologico di grande importanza.


 

vv. 17-18. Rispose la donna: "Non ho marito". Le disse Gesù: "Hai detto bene "non ho marito"; infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero". Notate che il termine marito in tutta la narrazione compare cinque volte.
Questo è il brano di battaglia dei moralisti, perché Gesù che è di manica larga che perdona tutti, finalmente i moralisti hanno un Gesù che sta dalla loro parte, perché a questa donna gli rinfaccia la sua condotta che è un po' vivace, un po' allegra. Ma questo non è un racconto moralistico, è un insegnamento teologico di grande profondità. Cosa vuol dire l'evangelista?
Abbiamo detto che il popolo dei samaritani si era così formato: gli Assiri in una delle tante invasioni avevano deportato parte della popolazione e l'avevano rimpiazzata con coloni di altri paesi; si erano mescolati, e questo aveva portato a un miscuglio di fedi per cui continuavano ad adorare il Dio di Israele, Jhvh, sul monte Carizin, poi su altre cinque colline avevano eretto altri cinque templi ad altre divinità. E nella lingua ebraica, il termine "Baal", significa sia Signore, padrone che marito. Quindi qui non sta facendo Gesù il moralista bigotto ad una donna vivace, ma è un insegnamento teologico, questa donna è anonima e rappresenta la Samaria, e l'adulterio della Samaria in che consiste? Che continua ad adorare Jhvh ma insieme ad Jhvh anche altre cinque divinità.
Ecco i cinque mariti, quindi non è una donna dalla vita euforica, ma una regione dove l'adulterio consiste nell'adorare altre divinità.
Per poter accogliere il dono d'Amore di Dio, Gesù invita la donna a rompere con le altre divinità che promettono una felicità che non possono dare.
Oggi questo brano può sembrare fuori del tempo perché sembra che noi non siamo pagani, non siamo idolatri, ma attenzione che la situazione potrebbe essere identica. Si crede in un unico Dio, però non disdiciamo altre divinità alle quali sacrifichiamo noi stessi e gli altri. basta pensare alla divinità chiamata "mammona", il dio del profitto, cosa non si sacrifica in nome del profitto, dell'interesse. Quindi le divinità esistono anche oggi.
Allora il messaggio di Gesù è attuale anche oggi, per poter accogliere l'Amore di Dio, occorre rompere con le altre divinità che promettono una felicità che non possono dare.
Quindi Gesù invita a troncare ogni rapporto con quelle divinità che anziché trasmettere vita la tolgono. Tutto ciò che toglie, che impedisce, che mutila la vita dell'uomo, questo è un idolo.

Il racconto ricorre incessantemente a Os 2, la storia di una donna infedele. Dove situare la Samaritana? Dalla parte della sposa infedele.
Il problema non è quello di trovare un marito (così come nelle scene dell'AT al pozzo), quanto piuttosto di mettere ordine nella sua vita. Ha bisogno di ritrovare il suo unico vero marito, così come la Samaria deve trovare o ritrovare il suo unico vero Dio.
Quindi l'atto compiuto da Gesù non quello di andare a cercare una sposa presso un pozzo, ma di "parlare al cuore" di una sposa infedele per ricondurla al suo unico vero marito (cfr. Os 2,16).
La Samaria si è prostituita ai vari idoli. Gesù glielo fa riconoscere. Però, a differenza dei profeti, non denuncia il suo errore; evidenzia invece positivamente l'insoddisfazione della sua sete.
Gesù gli mette davanti i suoi amori precedenti, i cinque mariti che non l'hanno appagata. Anche quello che ora ha non suo marito.
La donna, secondo la Legge, non aveva diritto di divorzio; era solo l'uomo che poteva ripudiare la moglie (cfr. Dt 24,1-4). Quindi sono i vari mariti che l'hanno sedotta ed abbandonata. Essa non è una prostituta: anzi è segno della sua dignità il fatto che lei non rinunci a cercare ancora l'acqua di cui ha sete.
I vari mariti sono le varie realtà in cui ha creduto di trovare ciò che cercava. E il male non sta in esse, ma nel fatto di averle assolutizzate, facendone degli idoli. È proprio dell'idolo sedurre e deludere, promettere e non mantenere.
Quali sono i vari idoli ai quali anche noi ci rivolgiamo per estinguere la nostra sete?


 

La donna comprende ciò che Gesù le sta dicendo che non riguarda la sua vita privata, ma il rapporto con Dio, ecco che allora va subito al nodo della questione dice: "Signore, vedo che tu sei un profeta. E non gli chiede quale di questi mariti deve tenere e dice: I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare" È la terza e definitiva volta che la samaritana si rivolge a Gesù chiamandolo profeta.
Per ben 10 volte in 5 versetti (vv.20-24) si pronuncia la parola "adorare". Adorare significa portare alla bocca e baciare (dall'etimologia ad oris): è la comunione con l'oggetto del proprio desiderio, quasi la sua incorporazione, per assimilarsi a lui.
La donna ha capito qual è l'ostacolo, però ancora condizionata dalla mentalità religiosa crede che la relazione con Dio sia favorita dal culto in un determinato santuario al posto di un altro e adesso che è disposta a tornare al vero Dio vuole sapere dove deve andare, perché sul monte di Carizin si adorava Jhvh ma noi dite che Jhvh si adora a Gerusalemme, ho capito qual è il mio sbaglio, tutti quest'insieme di idoli, sono pronta di ottenere quest'acqua viva dove devo andare.
A quale santuario deve assimilarsi?
È importante il luogo, il dove l'uomo incontra e adora Dio.

La risposta di Gesù è determinante, la donna crede che l'adorazione di Dio consista nel culto in un tempio, per Gesù è finita l'epoca del tempio, è finita l'epoca dei santuari, dei luoghi fisici e stabili. "Credimi, donna".
Nel vangelo di Giovanni Gesù si rivolge con quest'appellativo solo a tre personaggi femminili; il termine "donna" letteralmente significa "moglie/sposa" e rappresentano le tre spose di Dio (in questo brano il termine "donna" è usato 13 volte); si rivolge con quest'appellativo alle nozze di Cana alla Madre, è strano che un figlio si rivolga alla madre chiamandola "moglie", (Donna), ma nella madre vede raffigurata la Sposa fedele di Dio, quella che è rimasta sempre fedele, che collabora con Lui, quindi il prima sposa di Dio è l'Israele fedele, la Madre di Gesù.
Il secondo personaggio è la Sposa adultera che lo Sposo, (come ha fatto Osea), riconquista con un dono d'Amore, quindi Gesù si rivolge alla samaritana chiamandola "moglie, (sposa).
Il terzo personaggio, femminile, sarà Maria di Magdala, che rappresenta la nuova comunità, mentre la Madre di Gesù rappresenta l'Israele fedele, la vecchia comunità, Maria di Magdala rappresenta la nuova comunità.

La samaritana è la concentrazione delle alterità.
L'alterità sociale, perché l'essere donna al tempo di Gesù, non è solo una diversità di genere, ma anche culturale. Forse anche noi veniamo considerati diversi.
L'alterità razziale. È una samaritana. Spregevole per un ebreo nella cui mente veniva introdotto con forza il concetto di superiorità. Anche oggi questo può venire in un vago concetto di superiorità culturale rispetto a persone del Terzo Mondo, Extracomunitari.
L'alterità morale. È una immonda perché vista come adultera, che si confronta con un uomo di Dio. Quanti immondi sono visti, non solo dal mondo laico, ma anche nelle nostre Chiese.
L'alterità religiosa. Appartiene ad un'altra parrocchia. Ad un'altra congregazione, ad un altro movimento. Non fa parte del nostro gruppo.
Questa donna diventa simbolo dell'altro. È per questo che non ha nome.
Ma è anche la sposa.


 

"É giunto il momento (l'ora) in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre". Gesù annuncia il cambiamento radicale e definitivo, è terminata l'epoca dei templi, è terminata l'epoca dei santuari, e adesso Gesù anziché usare il termine "Dio", usa il termine "Padre", ed è molto importante questo cambio. Il Padre è un termine relazionale. Il Padre per essere tale, ha bisogno solo di figli che gli assomiglino.
Quindi mentre il culto a Dio esige un luogo particolare, un culto delle liturgie, il Padre di che cosa ha bisogno? Soltanto di figli che gli assomigliano. Quindi il Dio della religione, chiede uomini che obbediscano alla sua Legge, il Padre di Gesù chiede uomini che gli assomiglino nell'Amore. Anche questo è il cambio dalla religione alla fede.
Il Padre è all'origine della fraternità: per questo il vero culto è il reciproco amore tra fratelli.
È finita l'epoca dei templi, ora ci sta la strada. Il culto non avrà più luoghi privilegiati.
Il Dio della Legge aveva creato disuguaglianze, discriminazione, inimicizie tra i popoli. Il Padre fa cadere le barriere.

E continua Gesù: : "Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo" perché i samaritani avendo accettate quest'altre divinità aveva fatto una grande confusione e non avevano conosciuto i messaggi dei profeti, perché la salvezza viene dai Giudei. È lo stesso Gesù, che in questo vangelo verrà chiamato "Re dei Giudei". Ma anche il salvatore di tutti (v. 42).


 

v. 23. Ma è giunto il momento (l'ora), ed è questo (adesso), in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. L'assomiglianza al Suo Amore, è l'unico culto che il Padre richiede. Alla donna che desiderava sapere dove recarsi per offrire culto a Dio, Gesù risponde che è il Padre che si offre a lei donando la Sua stessa capacità d'Amore.
C'è adorazione e adorazione: uno può fare tante belle liturgie, portare alla bocca il Suo Corpo, ma rimanere estraneo a Lui, pensando di acquistare meriti davanti a Dio. È solo una soddisfazione dei propri egoismi. Ma la vera celebrazione è l'amore del Padre amando i fratelli.
Quindi nella religione l'uomo offre culto a Dio, si offre a Dio; nella fede è il Padre che si offre agli uomini comunicando loro la Sua stessa capacità d'Amore. È un cambio radicale, è terminata l'epoca dei templi, è finita l'epoca dei santuari, il nuovo culto sopprimerà sia il tempio sul monte Carizin, in Samaria, sia quello sul monte Sion a Gerusalemme.
"Spirito e verità" significa "amore fedele", che è la caratteristica dell'Amore di Dio. Allora l'unico culto che Dio richiede non è rivolto a Se, ma è la pratica di un Amore fedele agli uomini.
Nelle religioni, gli uomini hanno proiettato in Dio il rapporto tra servo e il loro padrone, quindi il servo deve offrire, donare a Dio e le prescrizioni nell' A.T. erano enormi, donami le tue primizie, donami questo, un giorno particolare tutto consacrato a Me, non fare questo non fare quest'altro, tutto per Dio.
Con Gesù Dio non toglie all'uomo, ma è Lui che si comunica all'uomo. Quindi è un Dio che si comunica e chiede di essere accolto con la sua energia d'Amore. Quindi il culto al Padre è collaborare alla Sua azione creatrice, comunicando vita agli uomini. E questo si può fare ovunque, non c'è bisogno di un luogo particolare, non c'è bisogno di un orario particolare.
L'assomiglianza all'Amore del Padre è l'unico culto che il Padre chiede e che accetta. Tutti gli altri culti soddisferanno i bisogni religiosi delle persone, ma non realizzano la volontà di Dio. Dio non chiede sacrifici, alle persone, ma è Lui che si è fatto "sacrificio", che si è donato alla sua gente. Il Dio di Gesù non è un Dio che toglie il pane agli uomini, ma è il Dio che si fa pane per comunicare la sua stessa vita a tutti quanti.


 

v. 24. Continua Gesù: "Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità". L'unico culto che il Padre richiede è il prolungamento della sua forza d'Amore che Lui stesso è e che Lui comunica, tutto il resto può soddisfare i bisogni religiosi degli uomini, ma non è il culto che Dio richiede. Quindi l'unico culto che Dio richiede è: accogli il Mio Amore e prolungalo agli altri. L'esperienza di quest'Amore, produca nell'uomo, il fatto di sentirsi amato generosamente, la capacità di amare sempre più in maniera gratuita, e l'uomo attraverso questo processo d'amore diventa sempre più assomigliante al Padre.
L'antico culto umiliava l'uomo, il nuovo culto elimina l'abisso che divideva Dio dall'uomo, e li fa diventare una sola cosa. Il culto richiesto dalla Legge di Mosè esigeva la rinuncia a determinati beni, era la diminuzione dell'uomo davanti a un Dio ritenuto come un sovrano. Il nuovo culto proposto da Gesù non umilia l'uomo, ma lo potenzia rendendolo ogni volta più somigliante al Padre. Il vecchio culto sottolineava la distanza tra Dio e gli uomini, il nuovo culto la elimina.
Quindi la donna desiderava sapere dove recarsi per offrire culto a Dio, Gesù risponde: guarda è Dio che si offre a te.
Nel linguaggio religioso si sentono delle aberrazioni: offri le tue sofferenze al Signore. Ma ci si rende conto che si sta dicendo una corbelleria? Cosa significa offrire al Signore le sofferenze. Non sono più gli uomini che devono offrire a Dio ma è Dio che si offre. Quindi alla persona sofferente non c'è da dirgli offri le tue sofferenze al Signore ma accogli il Signore che si offre tutto se stesso con il suo amore per cercare di alleviare queste sofferenze, quindi Dio si offre donando la sua stessa capacità d'Amore.
Il Signore non aspetta i doni degli uomini, io credo che molti di noi sono reduci da una religione fatta di voti e di fioretti, e di rinunce per far contento il Signore. Ma è Lui stesso che si fa dono per tutta l'umanità.


 

v. 25. Gli rispose la donna: "So che deve venire il Messia (cioè il Cristo): quando egli verrà, ci annunzierà ogni cosa". La donna comprende. Prima lo ha chiamato Giudeo, poi profeta, poi ha capito dice questo deve essere il Messia, e si dichiara disposta ad accettare.

v. 26. Ed ecco la risposta di Gesù: "Sono io, che ti parlo". "Io sono" in ebraico è il nome di Dio, quando Mosè ha chiesto a Dio il Suo nome, Dio non gli ha risposto, perché Dio non ha nome, non gli ha risposto con la Sua identità; ma con un attività che lo rende riconoscibile: gli ha risposto "Io sono Colui che sono". Per cui "Io Sono" era il nome di Dio. Allora Gesù dicendo che Dio non si riconosce dalla sua identità, ma da una attività che lo rende riconoscibile e l'attività che rende riconoscibile Dio è l'Amore. Dio è Colui che per Amore si fa dono agli altri.

Se questo brano viene compreso cambia il rapporto con Dio e cambia il rapporto con gli altri, perché?
Cambia il rapporto con Dio perché non c'è più nulla da dare a Dio, l'idea di offrire a Dio, di dare la vita per Dio, questo fa parte della religione, è terminato con Gesù. Con Gesù c'è da accogliere un Amore gratuito e incondizionato da parte di Dio, che elimina la differenza con Lui, che comunica la sua stessa natura divina (la sorgente che zampilla). gente d'acqua viva è l'immagine di Dio. Se cambia il rapporto con Dio inevitabilmente cambia anche il rapporto con le altre persone.
Quando si sente, la persona, gratuitamente, generosamente, amata, capisce che l'amore agli altri non va più concesso se lo meritano; ma sarà un prolungamento di questa comunicazione d'Amore.

Arrivato i discepoli, fino ad ora assenti. Si meravigliano e son sorpresi perché è stata tolta la separazione tra fedeli ed infedeli, tra uomo e donna.
"Benedetto sei tu, nostro Dio, perché non mi hai fatto né pagano, né donna, né ignorante". Era una formula di ringraziamento usata dagli ebrei.
Era disdicevole che un rabbino parlasse in pubblico con una donna, fosse pure sua moglie.
Quindi l'atteggiamento di Gesù che parla con una donna è fortemente trasgressivo, al limite dello scandalo.


 

La donna abbandona la sua giara e va ad annunciarlo a tutto il suo popolo: Venite a vedere un uomo (v. 29). Non dice un giudeo, ma un uomo. L'uomo Gesù è al centro di tutto. La sua umanità rivela il nostro volto perduto del quale siamo in ricerca., il Volto del quale siamo immagine e somiglianza.
Gesù le ha rivelato, non tanto i suoi errori, ma la sua sete profonda, dandole quello che le mancava. Le ha detto quella sua verità che ancora non conosceva, le ha fatto scoprire l'acqua che cercava e non trovava.
Che non sia lui il Cristo? Lei sa ormai chi è quest'uomo; ma lascia che gli altri lo scoprano.
Abbiamo qui l'immagine di ciò che significa missione: lasciare la brocca, andare in città e dire alla gente: venite a vedere.
Abbiamo anche l'immagine della discrezione che deve caratterizzare ogni gesto missionario. Quando ci si confronta con gli altri non è ammissibile l'intolleranza, e neppure l'accaparramento, e neanche la smania dell'omologazione sia pure a fin di bene.
Invece la delicatezza, l'invito: "venite a vedere… che sia forse il Messia?".
È la scomunicata, l'adultera, l'eretica, l'emarginata che diventa annunciatrice di salvezza.

La conclusione che i Samaritani, il popolo eretico, conclude il ver. 42, "sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo" Quello che non avevano capito i discepoli, quello che non avevano capito i Giudei, i Samaritani riescono a capire. Non il Messia limitato ad Israele, ma il Salvatore del Mondo. Allora più si è lontani dalla religione, più si comprende la novità portata dal Signore.

La faziosità giudaica aveva respinto i samaritani ai margini del disprezzo. Gesù esprimerà il suo controrazzismo con un'accentuata simpatia verso la Samaria. E coglierà da questi "bastardi" le testimonianze più intense di umanità:
- il samaritano lebbroso che, solo tra dieci, torna a ringraziarlo (Lc 17,11-19);
- il buon samaritano, anonimo anche lui, campione oscuro e luminoso di quell'amore nel soccorrere gli altri (Lc 10,25-37).


 

Fonti:

  • Catechesi bibliche di Alberto Maggi
  • Al pozzo di Sichar" di Tonino Bello
  • Commentario al Vangelo di Giovanni di Silvano Fausti