La Sorgente

Incontrare Gesù


Ritiro di Sabato 24 e Domenica 25 Febbraio 2007


Introduzione

Giubilate, o cieli; rallegrati, o terra,
gridate di gioia, o monti,
perché il Signore consola il suo popolo
e ha pietà dei suoi miseri.
Sion ha detto: "Il Signore mi ha abbandonato,
il Signore mi ha dimenticato".
Si dimentica forse una donna del suo bambino,
così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?
Anche se queste donne si dimenticassero,
io invece non ti dimenticherò mai.
Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani,
le tue mura sono sempre davanti a me.

(Isaia 49,13-16)


 

Queste parole si leggono nel libro del profeta Isaia, precisamente nella seconda parte di quel testo, opera di un profeta anonimo chiamato per convenzione Deutero-Isaia (=Secondo Isaia, Is 40-55). Il Deutero-Isaia vive e predica intorno all'anno 550, in un periodo molto particolare della storia di Israele. Nel 587 Gerusalemme è stata invasa dalle truppe babilonesi di Nabucodonosor, la popolazione è stata deportata e il tempio distrutto(il "Nabucco" di Verdi racconta proprio questa vicenda). Per la popolazione del Regno di Giuda questi eventi sono stati un trauma indicibile. Dio aveva promesso di stare accanto al suo popolo, di non far mai venire meno la dinastia davidica (2 Sam 7, 1-17). Su questa promessa molti avevano confidato come in qualcosa di magico: più che ricordare il loro impegno di restare fedeli al Signore, avevano fatto delle istituzioni religiose di Giuda un feticcio, un portafortuna. Geremia rimproverava con vigore questo (Ger 7, 1-7), ma resta inascoltato, fino a quando non sopraggiunge la catastrofe della deportazione. Il popolo è confuso: dov'è Dio? E' andato in fuma con il tempio? Si è dimenticato con il suo popolo? Inizia l'esilio dei Giudei, deportati a Babilonia. Proprio a questi è inviato il Deutero-Isaia. Nel 550 Ciro, il re di Persia, ha sconfitto i Babilonesi e, quasi a disfare quello che questi hanno fatto, ordina ai Giudei di tornare indietro,di ricostruire il tempio (2 Cr 36, 22-23). Per il Deutero-Isaia è il segno della fedeltà di Dio alle sue promesse; anche se il popolo è stato infedele e per questo ha conosciuto la tragedia dell'esilio, cioè ha visto venir meno tutte quelle cose in cui confidava, per riporre le speranza in Dio solo. Ma c'è un problema: il popolo, ormai assuefatto alla vita in Babilonia, non vuole tornare indietro, quasi come se avesse paura di fidarsi ancora di Dio. Il profeta dunque pronuncia parole di incoraggiamento, quali sono quelle che abbiamo appena letto. Tutta la creazione è invitata a gioire, quasi unendosi alla gioia del popolo, "consolato" da Dio. In effetti tutta l'opera del Deutero-Isaia è spesso chiamata, dal suo incipit (Is 40, 1) "Libro della consolazione di Israele". Dio non è indifferente al dolore del suo popolo, ma gli si fa vicino e ne lenisce le sofferenze. Per il Deutero-Isaia questa è una realtà meravigliosa e commovente, tanto da esprimerla con una delle più belle ed efficaci immagini bibliche. Può una madre essere indifferente al dolore del suo bambino? Questo è altamente improbabile: ma se anche una madre si dimenticasse del suo bambino, Dio non si dimentica del suo popolo, di chi si affida a Lui. Una nuova immagine esprime questo concetto: Dio ha disegnato sulle sue mani il profilo di Gerusalemme (centro della vita e della politica del regno di Giuda), per non dimenticarla, per tenersela sempre sotto gli occhi, come un memento continuo.
Possiamo applicare questi versetti a ciascuno di noi. Anch'io sono oggetto di una cura particolare di Dio, sono, in qualche modo, sotto i suoi occhi, sempre, in ogni momento. C'è questo sguardo su di me, uno sguardo di benevolenza e di amore, uno sguardo che mi cerca e mi accompagna. Lasciamoci incontrare da questo sguardo, sentiamolo su di noi, come lo sguardo di una madre piena di tenerezza, come lo sguardo del nostro Padre celeste…
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La peccatrice perdonata

Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; e stando dietro, presso i suoi piedi, piangendo cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato. A quella vista il fariseo che l`aveva invitato pensò tra sé. "Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice". Gesù allora gli disse: "Simone, ho una cosa da dirti". Ed egli: "Maestro, dì pure". "Un creditore aveva due debitori: l`uno gli doveva cinquecento denari, l`altro cinquanta. Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?". Simone rispose: "Suppongo quello a cui ha condonato di più". Gli disse Gesù: "Hai giudicato bene". E volgendosi verso la donna, disse a Simone: "Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m`hai dato l`acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi. Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco". Poi disse a lei: "Ti sono perdonati i tuoi peccati". Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: "Chi è quest`uomo che perdona anche i peccati?". Ma egli disse alla donna: "La tua fede ti ha salvata; và in pace!".

(Luca 7,36-50)



Il Nuovo Testamento si presenta, tutto intero, come una proposta di Dio che vuole perdonare e salvare l'umanità, una proposta che ha il volto di Gesù, che risuona nelle sue parole, che si compie attraverso il suo gesto supremo, quello di dare la vita per l'umanità, per ciascuno di noi, per me.
Tra gli altri autori dei libri del Nuovo Testamento,Luca si caratterizza come l'evangelista della misericordia. Per rendersi conto di quanto meritato sia questo titolo basta volgersi al cap. 15 del terzo vangelo, che racchiude tre "perle" preziose, tra parabole quanto mai belle e significative: quella della pecorella smarrita, che il Pastore riconduce all'ovile, quella della dracma perduta e affannosamente ricercata dalla padrona di casa e quella, non a caso tra le più celebri e amate, del figlio prodigo o, come si preferisce dire oggi, del padre misericordioso. Non è privo di significato pensare il contesto in cui Gesù racconta quelle parabole. I farisei si scandalizzavano vedendo Gesù disposto ad accogliere i quanto mai aborriti "pubblicani", doppiamente degni di disprezzo in quanto collaborazionisti con gli invasori romani e sfruttatori dei poveri, e alcuni più generici peccatori. Il Signore motiva il suo atteggiamento benevolo mettendo in luce che esso è del tutto consono a quello di Dio Padre, ma anche, in qualche modo, a quello degli uomini, degli stessi farisei, di una donna, di un padre di famiglia. Chi di questi non si darebbe da fare per "recuperare" ciò che ama, sia una pecora del gregge, o una moneta del gruzzolo, o un figlio un po' scapestrato? Chi non gioirebbe nel ristabilire quell'armonia perduta? Gli uomini gioiscono quando hanno "riacciuffato" le cose che amano, e non deve gioire Dio quando ha "ritrovato"i suoi figli perduti? Quei "figli" che siamo noi stessi, ciascuno di noi, io…
Veniamo al brano che abbiamo letto oggi. Si tratta di un passo di Luca estremamente celebre. Gesù è stato invitato a pranzo a casa di un fariseo, Simone. Per noi i Farisei sono la quintessenza dell'ipocrisia, anche perché i Vangeli ce li presentano in questa forma. In realtà erano degli ebrei devoti che si proponevano di osservare, ogni giorno, tutte le più minute prescrizioni della legge, anche quelle relative alla purità rituale, destinate ai sacerdoti solo per il periodo in cui officiavano nel tempio di Gerusalemme. I Farisei probabilmente non erano cattivi, e di certo non lo erano tutti. Dopo la distruzione del tempio ad opera di Tito, nel 70 d. C., furono proprio i Farisei ad tenere in vita la tradizione ebraica, tanto che l'ebraismo posteriore a quella data è di matrice spiccatamente farisaica. Fu questo l'ebraismo con cui la giovane comunità cristiana ebbe il suo scontro più duro, e questo spiega sufficientemente il tono spesso duro con cui nei Vangeli si fa riferimento ai Farisei. Resta da dire che il fariseismo, inteso come atteggiamento dell'anima, è un rischio sempre risorgente, in ogni fede e religione…
C'è dunque Simone, un fariseo, che ha invitato Gesù nella sua casa. Il Signore ha la fama di essere un predicatore itinerante, dotato di un particolare carisma; forse è addirittura un profeta che vale la pena di conoscere meglio. Ecco spiegate le ragioni dell'invito: un atto gentile, un incontro al vertice e forse, sotto sotto, anche un piccolo esame per questo signor Gesù.
Ma ecco che avviene l'impensato. Entra in casa una donna, ma non una donna qualunque, bensì una peccatrice famosa in quella città. I farisei, per ragioni di purità legale, si tenevano a distanza di sicurezza da quanti potevano contaminarli, e certo la vista di quella donna in casa sua avrà messo i brividi addosso al povero Simone. Ma volgiamoci alla donna, cercando di conoscerla meglio. Certo anche per lei deve essere stato duro esporsi per entrare nella casa di un Fariseo, di cui poteva immaginare il giudizio su di lei e sulla sua vita. Chi è questa donna? Non lo sappiamo. La tradizione che l'identifica con Maria Maddalena è priva di fondamento. Di lei non sappiamo nulla, se non che era una peccatrice. Luca non ci dice qual è il peccato di questa donna,ma lo possiamo capire facilmente: non era una pettegola, né un'iraconda, peccati in fondo "passabili". Era sicuramente una prostituta, una che, per campare, vendeva il proprio corpo. Cerchiamo di capire meglio il dramma di questa donna. Ci aiuta a farlo qualche rapido pensiero sulla prostituzione nel mondo antico, sia classico che ebraico. Leviamoci dalla testa un'idea: nessuna ragazza si metteva, con spirito manageriale, a fare commercio di se stessa, per soldi o, peggio, perché le piaceva. Le prostitute erano spesso trovatelle, bambine abbandonate in fasce (pratica non rara nell'antichità) che qualcuno raccoglieva con carità interessata e allevava, sia pur rischiando di perderci tutto se la piccola moriva (e la mortalità infantile era molto comune). Se poi la bambina sopravviveva, doveva, appena era in grado di farlo, restituire il favore al suo "benefattore", lavorando per lui e trasformandosi in una fonte di ricchezza. Ecco che la trovatella diventava una prostituta (i maschietti invece dovevano lavorare come schiavi). Un quadro fosco? Forse, ma non lontano dal vero. Quella donna, tanto disprezzata, è una vittima. Non ha scelto di essere quello che è. Certo, la sua vita non è la migliore di tutte, ma forse non ha avuto realmente altre possibilità. Gesù è la sua possibilità, la possibilità di una vita diversa, di una diversa accoglienza. Ecco perché, vincendo gli indugi del buon senso, la donna si precipita in quella casa per lei inospitale e compie gesti che scandalizzano giustamente il Fariseo. La donna unge i piedi di Gesù, mente di solito si ungeva il capo, e li unge stando rannicchiata. Forse le basta che il Signore le conceda un piccolo posto. Ma non si ferma qui. Bagna i piedi con le sue lacrime (e chissà quando dolore c'è alla fonte di quelle lacrime), e poi li bacia e li asciuga con i capelli. Questi due gesti devono essere una sorta di "deformazione professionale" della donna: baciare un uomo in pubblico e, soprattutto, mostrare i capelli non sono cose che convengono ad una signore per bene! Il Fariseo vede e resta esterrefatto: Gesù non può essere un profeta, un uomo di Dio, perché altrimenti avrebbe capito chi lo sta toccando. E invece Gesù sa benissimo chi lo sta toccando. Egli ha visto la donna, la sua persona, mentre Simone ne è incapace. La vita della donna è tutta sbagliata, mentre quella di Simone è tutta giusta; la prima ha un grosso debito da farsi condonare, mentre il secondo no. Eppure proprio quella a cui viene perdonato di più ama di più, anzi, ha già amato in precedenza: ha amato il Signore da cui spera una parola buona, una luce per il suo cammino, un senso per la sua esistenza. Simone si sente troppo "a posto" per aprirsi a questo dono gratuito, è troppo ingessato nel suo ruolo per compiere i gesti di ospitalità che si fanno verso un ospite di riguardo. Egli non sente fino in fondo il suo bisogno di una parola di salvezza. La donna, invece, si. E' proprio per questa sua "fame" che si volge a Gesù, con tutto l'ardore di cui è capace, mettendo in moto tutte le sua abilità, anche quelle meno convenienti, pur di gridare a Gesù che ha bisogno di Lui. L'amore della donna, che nasce dal suo sapersi bisognosa, la rende audace (ricordate il Simposio, con Poros e Penìa?); l'audacia le ottiene il perdono, e questo perdono farà si che ami ancora di più.


Spunti di riflessione

  1. Ed io? Mi riconosco bisognoso di una parola, di un gesto da parte del Signore?
  2. Rileggo il brano cercando di rispecchiarmi nella donna: il suo dolore sono i miei dolori, il suo limite è il mio limite. Che anche il mio amore possa essere come il suo, per sentirmi rivolgere la parola di Gesù: "Ti sono perdonati i tuoi peccati…


Zaccheo, un peccatore perdonato

Entrato in Gerico, attraversava la città. Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: "Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua". In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: "E` andato ad alloggiare da un peccatore!". Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: "Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto". Gesù gli rispose: "Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch`egli è figlio di Abramo; il Figlio dell`uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto".

(Luca 19,1-10)


 

L'episodio di Zaccheo, un testo proprio del vangelo secondo Luca, è l'ultimo episodio del viaggio di Gesù verso Gerusalemme. Esso si pone subito dopo un testo sinottico, quello della guarigione del cieco di Gerico, quasi come illustrazione del potere esercitato da Gesù per recuperare l'integrità perduta dell'uomo. Zaccheo per i suoi correligionari ebrei è un peccatore in quanto pubblicano, ed è addirittura un capo dei pubblicani. In più è ricco, e questa non è notazione di poco conto nell'opera lucana, particolarmente attenta al problema della sperequazione sociale (si pensi al Magnificat o ai primi capitoli degli Atti degli Apostoli, giusto per fare un esempio).
Zaccheo dunque si presenta, a tutta prima, come un caso disperato, un uomo chiuso ad ogni prospettiva di salvezza; del resto si legge in un brano di poco precedente che "è più facile che un cammello…" (Lc 18, 24-25). Eppure nell'incontro con Gesù accadono cose incredibili e inaudite: accade addirittura che i ciechi riacquistino la vista (Lc 18, 35-43), che i ricchi egoisti cambino vita...
Zaccheo vuole vedere Gesù. Luca non spiega la genesi di questo desiderio. Forse è solo curiosità, ma forse, come il cieco, anche Zaccheo ha un dolore da presentare a Gesù. Forse Zaccheo ha sperimentato che, malgrado la sua ricchezza, gli manca qualcosa. Egli non è pacificato, benché abbia tutte le risorse che può desiderare. Il Vangelo ce lo presenta come un uomo piccolo di statura, un marchio che, anche fisicamente, lo pone al di fuori della massa. La sua professione, poi, l'ha portato ancora di più ad emarginarsi e ad essere emarginato. Forse faccio violenza al testo, ma mi sembra che Zaccheo sia una persona affamata d'amore.
Forse è proprio questa sua condizione la molla che lo spinge a cercare di vedere Gesù. È la ricerca di un contatto, anche solo visivo, la ricerca di una relazione con questo misterioso Maestro. Ma per Zaccheo probabilmente è anche la ricerca di una via d'uscita, di una vita diversa, di un'altra possibilità. Tutto questo, per Zaccheo, si trova concretizzato in Gesù, e pertanto il pubblicano cerca di "vedere" il Signore, salendo sul sicomoro. Non appena è lassù, Gesù stesso, passando, volge lo sguardo su di lui, lo "guarda". Il testo greco usa proprio questi due verbi. Zaccheo vuole "vedere" Gesù (idein), Gesù invece fissa la sua attenzione, il suo sguardo, su di lui (blepein). Ma questo non basta: il Signore gli rivolge anche la parola, una parola che non è di rimprovero o di condanna, ma di amicizia e confidenza. Gesù ha saputo guardare oltre i limiti fisici e morali di Zaccheo, e ha visto una persona ferita, bisognosa di un gesto d'amore, di una parola di bontà. Questa parola scatena la gioia di Zaccheo, una gioia piena e incontenibile. Non appena egli capisce di essere amato, il gelo che ha tenuto prigioniero il suo cuore si scioglie di colpo: aveva passato la vita a frodare, ora restituisce con gli interessi; non aveva pensato che ad arraffare, adesso si apre alla logica del dono. Così Zaccheo ottiene la salvezza: quando comprende di essere amato, malgrado tutto, dal Signore, e da questo amore, gioiosamente accolto, si lascia trasformare.



Spunti di riflessione

La trasformazione di Zaccheo avviene ad opera di uno sguardo: l'essere guardato da Gesù, l'essere chiamato per nome da lui hanno dato una svolta alla vita dell'"arcipubblicano".
Ed io? Mi sento cercato dallo sguardo di Cristo?
Fuori di metafora, mi chiedo se mi sento, giorno per giorno, destinatario di una proposta da parte di Dio, quella proposta che trova la sua espressione storica nella vicenda terrena di Gesù. Magari qualche volta capita, ma forse qualche volta ciò non avviene. Gli ostacoli possono essere tanti: i sensi di inadeguatezza, i limiti, i sensi di colpa, i peccati, e magari anche quel grande peccato che è la mancanza di fiducia in Dio e nei doni che egli mi ha dato, e quindi anche in me stesso. Zaccheo cercava le sue sicurezze nei soldi…
Ed io, dove le cerco?



Pietro, lo sguardo e le lacrime

[Mentre era a cena con i suoi apostoli Gesù disse:] "Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli". E Pietro gli disse: "Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte". Gli rispose: "Pietro, io ti dico: non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi".
… … …
Dopo averlo preso, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. Siccome avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno, anche Pietro si sedette in mezzo a loro. Vedutolo seduto presso la fiamma, una serva fissandolo disse: "Anche questi era con lui". Ma egli negò dicendo: "Donna, non lo conosco!". Poco dopo un altro lo vide e disse: "Anche tu sei di loro!". Ma Pietro rispose: "No, non lo sono!". Passata circa un`ora, un altro insisteva: "In verità, anche questo era con lui; è anche lui un Galileo". Ma Pietro disse: "O uomo, non so quello che dici". E in quell`istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: "Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte". E, uscito, pianse amaramente.

(Luca 22,31-34;54-62)


Pietro è certamente uno dei personaggi del Nuovo Testamento che conosciamo meglio: ci sono ben noti il suo entusiasmo, la dedizione a Gesù, ma anche le sue paure, e i gesti talvolta meschini. Il brano che abbiamo ascoltato ci narra un episodio della passione di Gesù, quello del rinnegamento di Pietro. Gesù, nel suo discorso di addio ai discepoli, ha predetto quel rinnegamento.
Il Signore conosce i limiti dei suoi apostoli, li conosce e non se ne lascia scandalizzare. In quella sera suprema erano tutti pronti a dire "Io non ti tradirò mai", parole belle, efficaci all'ascolto, ma fino a che punto vere? Il fatto è questo: gli Apostoli sono ben deboli, ma non conoscono la loro debolezza, forse presumono troppo di loro stessi. Ma quel è questa debolezza? Come la possiamo chiamare? La prima e più semplice risposta può essere questa: gli Apostoli sono deboli perché non hanno il coraggio di seguire Gesù in quel momento di grande pericolo, di rischio per le loro stesse vite. Insomma, sono dei fifoni. Spiegazione plausibile, ma che forse non tiene conto di tutto. In effetti tutti i Vangeli ci parlano di un tentativo di resistenza da parte degli amici di Gesù alla sua cattura, un brano che si colloca esattamente tra i due che abbiamo or ora letto:


Mentre egli ancora parlava, ecco una turba di gente; li precedeva colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, e si accostò a Gesù per baciarlo. Gesù gli disse: "Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell`uomo?". Allora quelli che eran con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: "Signore, dobbiamo colpire con la spada?". E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l`orecchio destro. Ma Gesù intervenne dicendo: "Lasciate, basta così!"..

(Luca 22, 47-51)


 

L'evangelista Giovanni va oltre Luca, e ci dà anche il nome di quello che vuol difendere Gesù addirittura con la violenza. Si tratta di Pietro, proprio di lui::


Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori e colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l`orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Gesù allora disse a Pietro: "Rimetti la tua spada nel fodero; non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?".

(Giovanni 18, 10-11)


Non si può dunque dire che Pietro ha avuto paura di compiere un gesto in difesa del suo maestro! Ma, allora, perché rinnega? Dov'è tutto il suo affetto per Gesù, tutta la sua fiducia in lui?
Pietro dice di non conoscere Gesù. Forse dobbiamo credere alle sue parole. Forse in quell'uomo sconfitto egli non riconosce il suo maestro, il predicatore di Galilea, l'uomo che ha visto trasfigurato sul monte. Tra quell'uomo, in fondo trionfante, padrone delle situazioni e signore delle circostanze, e quello che ha visto catturato nel Getsemani, trascinato via come un brigante e sconfitto, non c'è rapporto.
Pietro ha visto svanire tutte le sue speranze quando Gesù si è lasciato catturare senza far resistenza. Lo ha visto perdente, e non lo riconosce più. In fondo è questo lo scandalo della croce: Dio vince attraverso la sconfitta, l'impotenza, la morte del suo Figlio, una morte accettata per amore.
Nel trionfo è facile avvertire la presenza di Dio; nei momenti più belli lo sentiamo accanto, mentre quando tutto va storto, sembra lontano, assente e, forse, inutile. Nei momenti più bui, forse, non riconosciamo più Gesù. Proprio come Pietro. Eppure in quel momento Gesù passa lì vicino, un Gesù diverso da quello che Pietro ricordava, prigioniero e sconfitto, ma pur sempre lo stesso. E Gesù lo guarda. Non penso ad uno sguardo di rimprovero, di condanna, né ad uno sguardo di sarcasmo, di quelli che si interpretano come un odioso "Che ti dicevo io?". No, penso ad uno sguardo di bontà, di incoraggiamento; uno sguardo come quello che si è posato sulla peccatrice perdonata, o anche su Zaccheo.
Uno sguardo che vede oltre il limite, il mio limite di comprensione, il mio limite di amore. Pietro si sente cercato da quello sguardo. Nel momento in cui lo vede, anch'egli vede se stesso, e capisce. Capisce che amare Gesù significa saperlo riconoscere in ogni momento, anche nella prova, soprattutto nella prova. Capisce che quello sguardo lo accompagna sempre, anche quando non lo sa o non ci pensa. Pietro capisce e piange. Sono le lacrime del rinnovamento, quelle che cancellano il passato e irrigano il futuro, perché germogli di frutti nuovi…



Spunti di riflessione

  1. Ed io? Quando "riconosco" il Signore?
  2. E in quali circostanze mi capita di non riconoscerlo più?
  3. Eppure so di essere sempre sotto il suo sguardo. Cerco di entrare in sintonia con l'animo di Pietro, come emerge da questa pagina di Luca, ma anche prestandogli le mie paure, le mie preoccupazioni, i miei dubbi. Provo a scrivere una lettera al Signore Gesù, una lettera in cui esprimo tutto questo…


Conclusione

Chi ci separerà dunque dall`amore di Cristo? Forse la tribolazione, l`angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Proprio come sta scritto:
Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno
siamo trattati come pecore da macello (Sal 44, 23).
Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun`altra creatura potrà mai separarci dall`amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore.

(Romani 8,35-38)



Chi ci separerà dall'amore di Cristo?" (Rm 8, 35)
Paolo nella lettera ai Romani esprime in forma compiuta i capisaldi del suo pensiero teologico.
La salvezza, egli scrive, è un dono gratuito di Dio. Ciò significa che la relazione positiva con Dio (questo è la salvezza) è frutto di una iniziativa che è partita da Dio stesso. Questa iniziativa divina ha il suo punto culminante in Cristo, morto e risuscitato per il perdono dei nostri peccati.
La salvezza è dunque un dono d'amore fatto da Dio Padre, attraverso Cristo, a tutta l'umanità. L'amore con cui Dio ci salva, l'amore manifestati in Cristo,è fortissimo, inossidabile: Cristo non smette mai di amarci, Lui, che non ha rifiutato di morire per noi.
In tal senso va inteso "l'amore di Cristo" nel versetto che stiamo qui trattando: vi è qui un genitivo soggettivo, che si deve sciogliere come "l'amore che Cristo ha per noi". Nulla, dice Paolo, è in grado di portarci fuori, lontano dall'amore che Cristo ha per noi. Dobbiamo dunque far si che la consapevolezza di essere amati non sbiadisca nelle nostre coscienze, anche nei momenti difficili della prova. Siamo in quell'amore, malgrado ogni situazione penosa, malgrado ogni circostanza angosciante.
Facciamo memoria dell'amore di Cristo, della sua presenza nella nostra vita. Cerchiamo di richiamarlo alla nostra coscienza e di diventarne sempre più consapevoli. Probabilmente io non sono in grado di riconoscermi sempre, in ogni evenienza, come l'amato da Cristo; forse davanti al dolore e allo scacco perdo, o rischio di perdere, la fiducia nell'amore salvifico…
Rinnoviamo dunque la nostra mente, riponendo ancora una volta e ancora di più la nostra fiducia nella salvezza promessa e realizzata da Cristo. Vivere senza la prospettiva di un amore che ci accompagna, raggiungendoci dal passato e attendendoci, quasi venendoci incontro dal compimento futuro, è un'esperienza tragica e rischiosa.
Chi ci separerà dall'amore di Cristo?