La Sorgente

Ritiro di Avvento


Incontro del 30 Novembre 2003

 

Avvento: verso l'Onnipotenza attraverso la fragilità

Dal vangelo secondo Luca (1:39-46)

In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta.

Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?

Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore»

Allora Maria disse:«L'anima mia magnifica il Signore…

Il Fanciullino

È dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi, come credeva Cebes Tebano che primo in sé lo scoperse, ma lagrime ancora e tripudi suoi. Quando la nostra età è tuttavia tenera, egli confonde la sua voce con la nostra, e dei due fanciulli che ruzzano e contendono tra loro, e, insieme sempre, temono sperano godono piangono, si sente un palpito solo, uno strillare e un guaire solo. Ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena meraviglia; noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia e sempre il suo tinnulo squillo come di campanello (…)

In alcuni non pare che egli sia; alcuni non credono che sia in loro; e forse è apparenza e credenza falsa. Forse gli uomini aspettano da lui chi sa quali mirabili dimostrazioni e operazioni; e perché non le vedono, o in altri o in sé, giudicano che egli non ci sia. Ma i segni della sua presenza e gli atti della sua vita sono semplici e umili.

  • Egli è quello (…) che ha paura al buio, perché al buio vede o crede di vedere;
  • quello che alla luce sogna o sembra sognare, ricordando cose non vedute mai;
  • quello che parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle; che popola l’ombra di fantasmi e il cielo di dèi.
  • Egli è quello che piange e ride senza perché, di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione.
  • Egli è quello che nella morte degli esseri amati esce a dire quel particolare puerile che ci fa sciogliere in lacrime, e ci salva.
  • Egli è quello che nella gioia pazza pronunzia, senza pensarci, la parola grave che ci frena.
  • Egli rende tollerabile la felicità e la sventura, temperandole d’amaro e di dolce, e facendone due cose ugualmente soavi al ricordo.
  • Egli fa umano l’amore (…)
  • Egli nell’interno dell’uomo serio sta a d ascoltare, ammirando, le fiabe e le leggende(…)
  • Egli ci fa perdere il tempo, quando noi andiamo per i fatti nostri (…) e, senza lui, non solo non vedremmo tante cose a cui non badiamo per solito, ma non potremmo nemmeno pensarle e ridirle, perché egli è l’Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente.
  • Egli scopre nelle cose le somiglianze e le relazioni più ingegnose.
  • Egli adatta il nome della cosa più grande alla più piccola e al contrario.
  • E a ciò lo spinge meglio stupore che ignoranza, e curiosità meglio che loquacità: impicciolisce per poter vedere, ingrandisce per poter ammirare.

(G. Pascoli, Pensieri e Discorsi)

Per la riflessione personale

Quando un vaso di creta ci si spezza fra le mani

Avevo appena acquistato una piantina di foglie verdi con delicate venature bianche e volevo esaltarne la bellezza riutilizzando un bel portavaso di terracotta color rosso acceso. Lo prendo da un angolo del terrazzo, lo lavo per bene e mentre sto per asciugarlo mi cade nel lavandino. Tre reazioni in rapida sequenza: l’irritazione, lo sconforto, la voglia di far sparire al più presto possibile le tracce del disastro, quel misero mucchietto di cocci in cui si era dissolta la gloria fiammante del portavaso. Fu allora che mi venne in mente la frase con cui san Francesco riassume il senso dell’Incarnazione del Figlio di Dio: il Verbo eterno ha assunto la nostra fragilità, e questa è la bella notizia del Natale. Noi siamo creature fragili, cioè, nel senso etimologico del termine, siamo cose che “si possono rompere” e che di fatto si rompono continuamente. Non è certo questa l’unica nostra prerogativa, ma è qualcosa che ci segna dolorosamente, e che non possiamo ignorare. Per uno strano paradosso, proprio le mani che trasformano un mucchio di umile creta in un vaso di splendente bellezza possono essere le stesse che lo riducono in frantumi, in povere schegge informi e insignificanti. C’è in noi la forza della creatività che ci avvicina a Dio, e c’è in noi una radicale fragilità che ci riporta alla nostra origine e al nostro destino: dalla terra veniamo e alla terra ritorneremo. La creatura in cui Dio soffia il suo spirito di vita resta pur sempre fatta di polvere del suolo, e Adamo porta fin nel nome l’impronta indelebile della materia con cui è plasmato, ‘adamak (cfr. Gen 2,7), la terra, appunto. Quello che il Natale proclama con forza e con gioia è che Dio ci ha raggiunto in quella parte di noi che appare la più lontana da Lui, quella che sembra l’esatto contrario dell’idea stessa di divinità, la nostra fragilità. “La forza si riveste di debolezza” (suscipitur a virtute infirmitas) dirà Leone Magno nel suo primo sermone per la Natività del Signore (I,2), e quel che più conta è che non si tratta di un dettaglio marginale, o di una appendice benevola, ma del centro stesso della scelta di Dio, perché questo, e non altro, è il “segno” che caratterizza il Salvatore: “Troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia” (Lc 2,12). Mi domando se ci rendiamo conto di quanto sia dirompente questo messaggio, se abbiamo veramente capito che cosa significhi credere in un Dio che sposa la fragilità al punto da farla diventare principio fondamentale del suo agire: il Dio di Gesù che dichiara di identificarsi con i più piccoli e i più deboli (cfr. Mt 25,40), il Dio di Maria che “ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili” (Lc 1, 51-52), il Dio di Paolo che sceglie quelli che gli uomini considerano deboli per distruggere quelli che si credono forti, quelli che nel mondo non hanno importanza e sono disprezzati o considerati come se non esistessero, per distruggere quelli che pensano di valere qualcosa (cfr. 1Cor 1,27-28). Se Dio accoglie la fragilità e ne fa addirittura un cammino di salvezza, bisogna che anche noi riusciamo a entrare nella stessa logica, per quanto strana e paradossale possa sembrare. In effetti non ci è per niente facile far pace con la nostra fragilità, e ancor meno vedervi delle potenzialità in positivo. Le reazioni davanti a un vaso che ci casca dalle mani noi le proviamo tutte le volte che qualcosa nella nostra vita si rompe e noi siamo messi davanti alla nostra radicale impotenza. Può essere un piccolo malanno che mette in crisi la nostra salute, o una grande storia d’amore da cui ci attendevamo il paradiso e che a un certo punto si spezza: la risposta è uguale, cambia soltanto l’intensità. Ogni volta è la rabbia per il fallimento, o lo sconforto aggravato dal sospetto crescente che sarà sempre così, o il tentativo, spesso patetico, di far sparire il più presto possibile i segni e le ferite che rimangono a rendere visibile la nostra fragilità, quella fragilità che proprio non vogliamo vedere. E però non possiamo fermarci su queste reazioni, e proprio il Natale ci provoca ad andare oltre, a vedere se per caso non ci sia qualcosa di bello nella fragilità, qualcosa di buono che permetta di vivere anche questa esperienza in modo positivo, anche perché non credo sia sensato rifiutare ciò che fa parte di noi: è un imperativo far pace con la nostra umanità nella sua concretezza, e qui si tratta, per usare un’espressione che qualcuno mi ha suggerito, di imparare a convivere con il bambino che è in noi. Se è Dio stesso a non rifiutare la fragilità, perché dovremmo farlo noi? Vorrei dire subito che accettare la fragilità come elemento integrante della propria vita non significa rassegnarsi a condurre un’esistenza ai livelli minimi: non si può fare della debolezza un programma! E ancor meno senso avrebbe vantarsi della propria situazione di fragilità, un modo molto poco furbo di uscire dal problema.

(Domenico Pezzini, Il tesoro e la Creta)

Genesi 18:1-2. 9-15

In quel tempo il Signore apparve a lui alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all'ingresso della tenda nell'ora più calda del giorno. Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall'ingresso della tenda e si prostrò fino a terra,

Poi gli dissero: «Dov'è Sara, tua moglie?». Rispose: «È là nella tenda».

Il Signore riprese: «Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio». Intanto Sara stava ad ascoltare all'ingresso della tenda ed era dietro di lui.

Abramo e Sara erano vecchi, avanti negli anni; era cessato a Sara ciò che avviene regolarmente alle donne. Allora Sara rise dentro di sé e disse: «Avvizzita come sono dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!».

Ma il Signore disse ad Abramo: «Perché Sara ha riso dicendo: Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia? C'è forse qualche cosa impossibile per il Signore? Al tempo fissato tornerò da te alla stessa data e Sara avrà un figlio».

Allora Sara negò: «Non ho riso!», perché aveva paura; ma quegli disse: «Sì, hai proprio riso».

Daniele 13:45-50

Mentre Susanna era condotta a morte, il Signore suscitò il santo spirito di un giovanetto, chiamato Daniele, il quale si mise a gridare: «Io sono innocente del sangue di lei!». Tutti si voltarono verso di lui dicendo: «Che vuoi dire con le tue parole?».

Allora Daniele, stando in mezzo a loro, disse: «Siete così stolti, Israeliti? Avete condannato a morte una figlia d'Israele senza indagare la verità! Tornate al tribunale, perché costoro hanno deposto il falso contro di lei».

Il popolo tornò subito indietro e gli anziani dissero a Daniele: «Vieni, siedi in mezzo a noi e facci da maestro, poiché Dio ti ha dato il dono dell'anzianità».

Luca 1:46b-55

«L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l'umiltà della sua serva. D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente e Santo è il suo nome:
di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono

Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potentidai troni, ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi.
Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia
come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre».

Matteo 11:25-26

In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli.

Provocazioni

Il bambino non parla in noi quando

  • Quando dico:“Ormai…
    • … non mi fido più, non mi fregano più
    • … ho già dato abbastanza, ho già sofferto abbastanza
    • … non ne vale la pena
  • Quando dico: “Non è possibile
    • … è troppo rischioso, non ce la farò mai
    • … non posso farci niente
    • … io non sono un santo
  • Quando dico: “È così e basta!
    • … la verità è questa!
    • … da’ retta a me!
    • … io sono fatto così

Il bambino parla in noi quando

  • Quando dico:“Perché?
    • spazio per la curiosità
    • spazio per la novità
  • Quando dico: “…e se fosse?
    • spazio per l’abbandono
    • spazio per la fiducia
  • Quando dico “Raccontami!
    • spazio per l’ascolto
    • spazio per la meraviglia