24 marzo 2002

Il vero Dio, Potenza discreta e segreta

Un dio prepotente è un idolo da noi creato



Possiamo considerarci credenti, dedicare dei momenti alla preghiera, parlare di Dio agli altri, eppure vivere lontano dalla stessa "percezione" del Dio vivente. Come distinguere il Dio vivo e vero dagli idoli costruiti dalla nostra immaginazione, dai nostri bisogni di sicurezza e di consolazione? Quale è il Dio rivelato in Gesù?

Simone Weil ha scritto delle pagine illuminanti a questo proposito nella prima parte, dedicata all'amore per il prossimo, del saggio intitolato "Forme dell'amore implicito di Dio". SW vi richiama con insistenza l'assoluta identificazione della giustizia con l'amore. Il punto di partenza della sua riflessione é il passaggio evangelico del giudizio finale (Matteo 25,31-46). Ella osserva:

"Cristo non chiama i benefattori ne amorevoli ne caritatevoli. Li chiama i giusti. Il vangelo - aggiunge - non fa alcuna distinzione fra l'amore del prossimo e la giustizia. Anche i greci vedevano il rispetto per Zeus Supplice come il primo dovere di giustizia. Siamo noi che abbiamo inventato la distizione fra giustizia e carità. E' facile capire perchè: la giustizia, come noi l'intendiamo, dispensa dal dare colui che possiede. Se cio nonostante egli dà, ritiene di poter essere contento di se e pensa di aver fatto un'opera buona. Quanto a chi riceve, si sente o dispensato da ogni gratitudine o costretto a ringraziare servilmente secondo il proprio concetto di giustizia."

In questo contesto, cercando di illustrare meglio quello che intende per la vistù della giustizia (che poi, per lei, come vedremo, corrisponde alla vera fede nel vero Dio), SW evoca un episodio di guerra, tra due città greche rivali, raccontato da Tucidide.

Gli Ateniesi, in guerra contro Sparta, volevano costringere ad allearsi con loro, gli abitanti dell'isoletta di Melos. Inutilmente gli abitanti, di fronte all'ultimatum ateniese, chiesero giustizia, invocarono gli dei, implorarono pietà. Invano. La città è stata rasa al suolo, uccisi tutti gli uomini, venduti come schiavi bambini e donne. La risposta degli ateniesi, sin troppo umana e naturale, per niente sovrannaturale, non illuminata dalla fede nel vero Dio, non orintata dal suo amore. SW ne fornisce diverse traduzioni, la commenta ripetutamente. Vediamo la versione inclusa nel testo di cui ci stiamo occupando:

"Noi crediamo, per quanto riguarda gli dei, e siamo certi per quanto riguarda gli uomini, che per legge di natura ognuno comanda sempre, dovunque ha il potere di farlo. Non siamo noi che abbiamo stabilito questa legge ne siamo noi i primi ad applicarla; l'abbiamo trovata già stabilita e la conserviamo come se dovesse durare per sempre; e perciò l'applichiamo. Sappiamo bene che anche voi, come tutti gli altri, agireste allo stesso modo, una volta giunti allo stesso grado di potenza."

C'è dunque una legge di natura, che porta automaticamente gli uomini, gli esseri in genere, addirittura le anime, a subire questa pesantezza quasi della gravità, a cedere a questa tendenza spontanea:

"Possibilità e necessità, nelle frasi riportate, sono termi opposti a giustizia. Possibile è tutto ciò che il forte può imporre al debole... Il forte realizzerà il proprio volere fino al limite estremo del possibile. E' una necessità meccanica... Sia il forte che il debole si trovano di fronte alla necessità."

E' proprio per questa ineluttabilità spontanea, "naturale" che - come si vedrà dopo - la virtù della giustizia è davvero "sovra-naturale": Essa esprime e imita la bontà e la generosità di Dio, del vero Dio. Il criterio per distinguere il vero Dio dalle false divinità, SW lo trova proprio qui:

"Vero Dio è il Dio concepito come onnipotente, che però non comanda dovunque avrebbe il potere di farlo; Infatti si trova soltanto nei cieli e quaggiù, nel segreto... / Gli ateniesi che massacrarono gli abitanti di Melos non avevano più la nozione di un simile Dio."

SW trova due ragioni per fondare questa affermazione. La prima è il fatto che, contrariamente alla dichiarazione degli ateniesi riferita da Tucidide, "può accadere che, per pura generosità, un uomo rinunci a comandare pur avendone il potere". Ora, "ciò che è possibile all'uomo è possibile a Dio". "Tutto ciò che l'uomo è capace di ammirare, è possibile a Dio." Ma "la prova più sicura", la trova SW nel "lo spettacolo di questo mondo", dove "il bene puro non si trova da nessuna parte". Ora, argomenta lei," o Dio è onnipotente, oppure non è perfettamente buono, oppure ancora non comanda dappertutto dove ne ha il potere." In questa prospettiva, per SW, "l'esistenza del male qui in basso, lungi dall'essere una prova contro la realtà di Dio, è quello che la rivela nella sua verità. La creazione è, da parte di Dio, un atto ... di ritrazione, di rinuncia ... Dio ha accettato questa diminuzione."

"Le religioni che hanno concepito questa rinuncia, questa distanza ... volontaria di Dio, la sua assenza apparente, la sua presenza segreta quaggiù, queste religioni sono la religione vera, la traduzione in linguaggio diversi della grande Rivelazione. Le religioni che rappresentano la divinità come comandante ovunque ne abbia il potere, sono false. Anche se sono monoteiste, sono idolatre."

Ci sono dei casi - avverte lei più tardi - dove sia quello che si trova in posizione di forza, sia chi è fragile "riconoscono, per quanto riguarda la nostra anima, che è meglio non comandare ovunque se ne abbia il potere". "Questo pensiere costituisce la vera fede".

Le religioni idolatre. L'adorazione della potenza

Per SW, dunque, le religioni che rappresentano la divinità comandanti su tutto sono false. Anche se monoteiste, sono idolatre. "Conoscere la divinità solamente come potenza e non come bene é idolatria, e poco importache si abbia un solo dio oppure diversi".

E' in questo contesto che va vista e capita la violenta critica rivolta da SW alla religione di Israele (prima dell esilio), così come le sue affermazioni sull'assoluto bisogno di purificare la fede cristiana da quello che lei chiamava "il concetto romano di Dio".

"L'idolatria romana ha macchiato tutto. Idolatria, perchè è il modo di adorare e non il nome attribuito all'oggetto che distinque l'idolatria dalla religione. Se un cristiano adora Dio con un cuore disposto come quello di un pagano di Roma nell'omaggio prestato all'imperatore, questo cristiano è, anche lui, idolatra". "Quelli che credono in Cristo in ragione della chiesa e non viceversa sono idolatri". "Uno dei principali gradini di purificazione attraverso il quale l'anima deve passare è l'abolizione totale della concezione romana di Dio".